Mazzocca sembra muto e insensibile ma scrive cose…

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SI PRODUCE NEL RICORDO SAPIDO E PROFONDO DI PACE

11 FEBBRAIO 2018 – Scrive pure; non lo abbiamo sentito fare un discorso, perché al massimo bofonchiava qualcosa. E anche quando abbiamo provato l’emozione di vederlo a 50 cm a Caramanico, nel suo habitat e con la felpa della Protezione civile indossata con nonchalance e bonomia, Mazzocca, il sottosegretario regionale, ci è parso muto. Completamente afono era anche davanti al fuoco del Morrone qualche giorno più tardi. Non disse, neanche dall’alto della sua delega alla Protezione civile, come poteva essersi verificata una tragedia ecologica di quella portata; non un impegno perché non si ripetesse più; una o due visite sbrigative, ma da lontano, per scrutare se per caso le fiamme svalicassero e raggiungessero la sua Caramanico. E anche lì lo abbiamo apprezzato perché, se non altro, non ha lasciato domande legittime in merito all’immediato rimboschimento del quale ha parlato l’assessore reginale Andrea Gerosolimo quando c’erano appena due o tre focolai e non si prevedeva che si incendiasse tutta la montagna per tre settimane. Persona per bene ci era apparsa questo Mazzocca, almeno fino a quando, in un certo momento dell’evoluzione dell’incendio, le fiamme hanno davvero svalicato e si sono affacciate timidamente sul versante est del Morrone: da quel momento al solo pensiero che si avvicinassero a Caramanico, tutti i “Canadair” si sono precipitati ad innaffiare quel versante, lasciando che l’inferno divorasse i luoghi vicini all’eremo di Celestino, i boschi secolari, la “Scannese”. Però ingenerosamente abbiamo dubitato del profondo senso di giustizia e di imparzialità del sottosegretario: lui ben sapeva, nella sua manifesta ma riflettuta laconicità, che i Canadair, tanto sul versante ovest che sul versante est, non sarebbero serviti ad un fico secco, tanto è vero che l’incendio è stato spento a settembre inoltrato, ma dalla pioggia. In quei giorni, più sereno della repubblica veneziana e del suo doge, Mazzocca non ha risposto neanche alle legittime domande su questi dirottamenti. Fu in quella circostanza che ci venne il sospetto che fosse proprio muto: non tanto superiore alle polemiche, quanto proprio muto.

Ma scrive. Mazzocca non parla, ma scrive e oggi su “Il Centro” si è prodotto in un breve, ma incisivo ricordo dello scomparso calciatore Bruno Pace. Era meglio che parlasse, se non altro perché verba volant e così lui in persona non avrebbe svalicato il Morrone per giungere fino a noi da Caramanico tramite il cartaceo quotidiano. Insomma: di un bravo calciatore che anche noi ricordiamo sulle figurine “Panini” come unico abruzzese della raccolta, che cosa ti racconta il riflessivo Mazzocca?

Ti racconta delle “dinamiche degli spogliatoi”. Ci siamo detti: “Ah, beh, un po’ poco”, come disse il padre di Socrate (secondo Achille Campanile), quando il giovane virgulto tornò a casa dal costosissimo primo anno di lezioni in una scuola di elite ad Atene e alla domanda su cosa avesse imparato, si sentì rispondere: “So di non sapere”. Insomma: un campione abruzzese, “il” campione abruzzese, che si produceva nelle… dinamiche degli spogliatoi. “Meno di una riserva” avrebbe potuto scrivere direttamente il sottosegretario che serba le sue esternazioni solo per le cose grosse. Invece era la base per spiegare l’episodio, da far sbellicare dalle risa, che è pure snocciolato per buona parte di questo necrologio ilare, che è servito a noi, ma anche a migliaia di lettori de “Il Centro” per capire che Mazzocca tratteggiava bene il campione. Infatti, proprio in seguito a quelle dinamiche dello spogliatoio, qualcuno aggiunse alle scritte “Pace in Vietnam” che andavano di moda nel 1966, anche il nome di uno dei protagonisti delle dinamiche dello spogliatoio, perché si levasse dai piedi e, quindi, in Vietnam andasse anche lui e non solo Pace.

Ma che siparietto; questo Mazzocca sa essere sapido e di un bravo calciatore che andò a giocare al Bologna, che era certamente un po’ il vanto della Pescara che non c’è più, ti fa un ricordo che lo rende un gigante, con un acume che solo le persone che non parlano sanno dimostrare quando scrivono.