NON SO COSA MA FATE QUALCOSA

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L’IDEA DI UNA T-SHIRT PER SALVARE IL TRIBUNALE RIPRENDENDO UNA FRASE DEL MITICO DRAGHI – IL PERICOLO CHE VIENE DALLA CONDANNA DI DEL MASTRO SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA

21 FEBBRAIO 2025 – Il sottosegretario alla Giustizia, Del Mastro, è stato condannato a otto mesi di reclusione per rivelazione di segreti d’ufficio. La condotta incriminata non può essere stata la rivelazione, a Sulmona e in occasione del giuramento degli agenti di polizia penitenziaria, di un disegno di legge per la revoca della soppressione dei tribunali abruzzesi cosiddetti minori, perché quello non era un segreto, quanto piuttosto una fregnaccia per tenere in caldo i voti alla coalizione di centro-destra giusto fino al tempo di proclamare il prossimo sindaco.

Diversamente, i parlamentari che avessero avuto a cuore il destino dei tribunali minori avrebbero potuto dare una spinta alla proposta di un senatore, già depositata da due anni, ancorchè proveniente dal PD. La coalizione che si presenta al Comune definendosi di Destra è così ricca di sfumature, dal nero della tradizione missina al rosso dell’antifascismo e del socialismo e può darsi, tra poco e quando saranno rifinite le liste, al comunismo postsovietico, da far apparire novecentesca la ripartizione ideologica dei candidati. Non si capisce perché solo sulla legge per salvare il tribunale si dovrebbe tornare alla contrapposizione tra Pajetta e Almirante.

Ora per il candidato sindaco Tirabassi c’è qualche brivido in più, perché Del Mastro potrebbe essere impegnato a preparare la sua difesa in Appello e potrebbe scordarsi di presentare il disegno di legge per ora soltanto annunciato. Oppure potrebbe dire di essersene scordato, rivelando un altro segreto, questa volta non d’ufficio, ma di Pulcinella: che, cioè, dopo le promesse elettorali, i politici dimenticano gli impegni assunti con l’elettorato.

Un candidato sindaco che voglia conservare la faccia per il quinquennio che l’aspetta dovrebbe fissare un termine, non già per la presentazione di un disegno di legge, ma per l’approvazione e la promulgazione di una legge di revoca delle soppressioni tribunalizie. Il termine potrebbe essere il venerdì precedente le elezioni, che so alle ore 24 quando inizia il silenzio elettorale: il presidente Mattarella, accantonando gli strani paragoni tra Russia e Terzo Reich, dovrà aver promulgato la legge, in modo che la domenica tutti andrebbero a votare Tirabassi e il lunedì la Gazzetta Ufficiale online potrebbe pubblicare la legge. Nella pagina successiva la nomina di Tirabassi a sindaco e, tra le “brevi”, il conferimento del cavalierato. Un viaggio parallelo tra la legge e le urne; una sana competizione tra il senatore del PD Fina e Del Mastro o chi per lui, con Fina svantaggiato perché non ha la forza della Destra cromatica e splendente di Giorgia.

Ma c’è qualcosa che scricchiola in questo meccanismo e rischia di incepparlo: è la conseguenza del lavorìo continuo di un tarlo: “Perché la legge non è stata proposta in sincronia con la proroga ai tribunali non abruzzesi?”. E’ questo il vulnus che determina smarrimento tra quanti sostengono da decenni la battaglia per la conservazione del tribunale e che sentono ancora l’eco di un convegno, nel 1987 al Centro servizi culturali, quando parlò il sen. Vitalone, per circa un’ora, a braccio e senza lasciar cadere la tensione per un minuto, davanti a quasi tutti i presidenti dei tribunali o dei consigli dell’Ordine degli Avvocati in odore di soppressione dell’Abruzzo, delle Marche e dell’Umbria. E parlò non per ripetere il piagnisteo del povero testimone di Ateleta che avrebbe dovuto affrontare un viaggio di un giorno, tra andata e ritorno per L’Aquila (da allora saranno stati tre o quattro i testimoni che son dovuti andare a Sulmona da Ateleta e che, in caso di soppressione, avrebbero dovuto allungare fino a L’Aquila), ma per dire, da giurista e da politico, quali fossero le ragioni della conservazione in luogo dell’accentramento, proprio come il giorno prima aveva fatto l’ex Presidente della Repubblica e professore emerito di Procedura Penale, Giovanni Leone, in un messaggio agli organizzatori del convegno. Addirittura il principe dei fori, il napoletano spodestato dal Quirinale per le accuse che costarono a Camilla Cederna una condanna penale e per l’ignavia della DC che non volle difenderlo, riconosceva di aver in precedenza espresso la convinzione errata che la soppressione delle preture avrebbe accelerato e modernizzato la Giustizia. Un documento eccezionale, una lettera giunta al presidente del Rotary di allora il giorno dopo l’invio con le Poste di allora, quando il Rotary svolgeva la sua missione sociale riprendendo l’esempio di Paul Harris e non si limitava a conferire premi o a indire conviviali, e le Poste adempivano con dignità al loro ruolo. Quella lettera, redatta con qualche ribattitura della macchina da scrivere non più presidenziale, avrebbe segnato il punto di rottura della folle politica di accentramento degli uffici giudiziari, sfociata nella soppressione di centinaia di Preture, tribunali, sezioni distaccate di tribunali per l’istituzione di giudici di pace che per dare sentenze impiegano il triplo dei tempi di Preture, tribunali e sezioni distaccate di tribunale.

Tirabassi, allora giovane liceale, dovrebbe ora lanciare un messaggio disperato: un urlo nel deserto che lo faccia apparire il pastore di un gregge smarrito e potrebbe, del resto, riprendere l’invocazione di ieri l’altro di un volpone della finanza, Mario Draghi, che, come il Nerone di Petrolini, viene applaudito prima che pronunci una qualsiasi parola, anche se ne ha dette tante senza senso sui condizionatori e sulla pace, sull’imminente collasso della Russia nel 2022, superando per dimensioni addirittura lo sfondone di Mattarella sul Reich. “Non so cosa, ma fate qualcosa”, l’esatto contrario dello sfoggio della competenza, ma ingentilito dall’esempio di chi guidava il “governo dei competenti”, potrebbe essere riprodotto nella t-shirt da portare sotto la toga. Si fermerebbero e tenderebbero l’orecchio schiere di giornalisti che delle emulazioni dei miti (e di Nerone) diventano plaudenti osservatori e i tribunali abruzzesi che non hanno sede nei capoluoghi di provincia vivrebbero una nuova vita.

“Non so cosa, ma fate qualcosa” per fermare la marcia dei necrofori (nella foto del titolo) diretti verso il tribunale di Sulmona

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