OVIDIO BRAMO’ L’ALLORO E SI RITROVA CON L’AGLIO

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UN PROGRAMMA DI RAI5 SULLA ISPIRAZIONE DELL’APOLLO E DAFNE DI GIAN LORENZO BERNINI

10 GENNAIO 2015 – Rai5 ha mandato in onda ieri l’altro un documentario sulla statua di Apollo e Dafne del Bernini, conservata nella Galleria Borghese (nella foto del titolo) ed esempio sontuoso dell’arte tardo rinascimentale. Quando l’artista intraprese il difficile lavoro di scolpire nel marmo un complesso di figure così plastiche e movimentate, ricavando finanche le venature delle foglie che incominciavano a coprire gli arti inferiori della ninfa, si ispirò totalmente alle “Metamorfosi” di Publio Ovidio Nasone. Ed è la fuga di Dafne davanti a Febo che vuole concupirla a rendere ancora più affascinante al fanciulla: “Anche allora era bella a vedersi. Il vento le denudava le membra, venendole incontro faceva vibrare la veste sospinta in avanti, e col suo soffio lieve le mandava indietro i capelli, sì che la bellezza era accresciuta da quella fuga”. E’ ancora più impaziente Apollo “e come lo spinge a fare appunto l’amore, si mette a incalzarla  da presso. Come quanto un cane di Gallia scorge una lepre in un campo aperto, e scattano, uno per ghermire, l’altra per salvarsi, quello sembra già addosso, e già è quasi convinto di aver preso, e tallona col puso proteso, quella non sa se è già presa e sfugge ai morsi all’ultimo istante, distanziando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla, lui veloce per bramosia, lei per paura”. La lotta è impari e sta per vincerla il dio, ovviamente. La risorsa per Dafne, l’ultima, è invocare l’aiuto del padre, Peneo, dio dei boschi, che più volte le ha ricordato la sua aspettativa di avere dei nipoti e un genero da lei, ma che mai può tollerare un gesto così odioso come la violenza, proprio su una donna che aveva respinto la prospettiva della maternità per conservarsi vergine.

Così, rimedio terribile, ma unico, Peneo decide e attua la trasformazione in una pianta e i rami cominciano ad avvolgere la fanciulla, sottraendola alle voglie di Febo. Per Bernini non era facile rappresentare sulla pietra gli attimi della metamorfosi: “un pesante torpore le pervade le membra, il tenero petto si fascia di una fibra sottile, i capelli si alllungano in fronde, le braccia in rami; il piede, poco prima così veloce, resta inchiodato da pigre radici; il volto svanisce in una cima. Conserva solo la lucentezza“.

O alloro, sempre io ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra, sulla mia faretra” dice Apollo quando avverte che la sua preda si è trasformata in un albero di alloro. Da allora questa pianta e i suoi rami, le sue foglie, hanno acquisito un alto valore simbolico, cosicchè sembra quasi che Ovidio si voglia immedesimare in quella ricerca dell’alloro per portarlo sul suo capo quale massimo onore: “Semper habebunt te coma, te citharae, te nostrae, laure, pharetrae”. E invece, per iniziativa della “Fabbricacultura” e di Fabio Spinosa Pingue, la testa di Ovidio in Piazza XX Settembre è stata cinta da una corona di aglio. Bel traguardo per il poeta immortale…