OVIDIO RESTA UN VANTO, LA CITTA’ UN PO’ MENO

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20 MARZO 2015 –Nasceva 2058 anni fa a Sulmona Publio Ovidio Nasone.

Oggi nessuno potrebbe, come lui, dichiararsi “il vanto della gente peligna”: non solo perché oggettivamente poeti così non nascono tutti i millenni, ma anche, marginalmente, perché a Sulmona non si può più nascere, secondo il programma della giunta regionale Chiodi, realizzato con assoluta adesione e convinzione dalla giunta D’Alfonso. Il “punto nascite” dell’ospedale è stato soppresso, insieme a quello di tre o quattro cittadine che ai tempi di Ovidio erano pressappoco dei villaggi. Con una arguta iniziativa, gli “ospedalieri” hanno issato uno striscione su una parete del nosocomio per sottolineare che, seppure volesse, un poeta, nel 2015 e di qui al futuro, non potrebbe nascere a Sulmona: né a casa, come si faceva una volta, né in ospedale, appunto.

Villaggio, ora, è diventata la Sulmona che 2000 anni fa faceva dire a Ovidio “Sulmona mihi patria est”. Prendendo lo spunto da questo acrostico famoso, il gruppo politico consiliare “Sulmona Bene In Comune – Sbic”, ha disegnato una locandina, per sostenere che Sulmona non potrebbe essere patria di nessuno : “XXX mihi patria est”, avrebbe dovuto sostenere l’”apolide” Ovidio, tanto la sua città è priva di una riconoscibilità nella geografia della penisola italica.

Stiamo, dunque, sul depresso, ma questo non ha impedito al sindaco Giuseppe Ranalli, che evidentemente si è stufato di presentare le dimissioni e poi ritirarle perché nessuno se lo fila e, quindi, sulla questione del punto nascite non le ha neppure presentate, di prendere piglio quando un gruppo di giovani di destra, contestando lui e D’Alfonso, si è presentato a Prezza dove il presidente della regione veniva osannato come se avesse deciso l’istituzione di un altro punto nascite, invece di toglierlo. La corte di personaggi che applaudono i rapinatori della dignità di Sulmona (tra i cortigiani, in particolare, Andrea Gerosolimo, che implora un assessorato regionale da mesi e tace perciò su ogni aspetto sgradevole delle rapine perpetrate da D’Alfonso, soprattutto in  fatto di ferrovie e di guardie mediche, in perfetta sintonia con Paola Pelino e Giovanni Legnini con la legge sulla soppressione dei tribunali) si è risentita nei confronti di Alberto Di Giandomenico di “CasaPound”, senza neppure capire che un gruppo di giovani che ancora si indigna per la gestione della politica rappresenta una radice sana della società: dovrebbero prendere le misure per ritagliarsi un abito che ridia loro dignità e dovrebbero cercare di imitare questi che ancora hanno un fuoco sacro.

Si dovrebbe concludere, come facevano gli indiani metropolitani in un’epoca di partecipazione civica un po’ più decente, che “Una risata vi sommergerà”. Ma non possono ridere coloro che, per conquistarsi un posto ad un call center, oppure per sperare su un incarico da due lire, seguitano a votare chi toglie loro il futuro.