“Per il Monte vedrei bene le sale del Gran Caffè”

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3_2_2012_Gran_CaffLO SLANCIO PER SULMONA DELL’ULTIMO PROVVEDITORE DELLA BANCA PIU’ ANTICA DEL MONDO

6 MAGGIO 2012 – Rimase a leggere il ricorso al TAR nel buen retiro di Rivisondoli, un appartamentino in un residence in Via d’Annunzio, che è anche adesso la sua mèta ambita con tutto che si è trasferito a Roma. Sul “Corriere della Sera” qualche giorno prima

 era uscita la notizia del suo allontanamento dal Monte dei Paschi di Siena, con l’annotazione che proprio lui, Vincenzo Pennarola, provveditore della banca più antica del mondo, aveva avuto tempo solo di riconsegnare il cellulare aziendale e di salutare il portiere dell’unico ingresso in Piazza Salimbeni,  il pertugio della mitica Rocca, dove si conserva il forziere e dove una volta si amministrava anche la giustizia su quelli che avevano debiti con la banca.

Non c’erano stati su di lui, sessantenne dall’elegante inflessione napoletana e già per questo esempio marziano in una banca nella quale anche alla filiale di Pechino si parlava toscano, sospetti di brogli o di finanziamenti spericolati, di connubi con le istanze politiche che sorvolassero le esigenze di contabilità di un colosso allora più colosso di oggi, ultimo degli istituti di diritto pubblico (dopo la BNL e il Banco Napoli) a trasformarsi in società per azioni. Qualche mese dopo si prospettò una critica molto velata. Avrebbe, cioè, amministrato il colosso finanziario come se fosse una cassa di risparmio. Accusa tanto insignificante e generica quanto rivelatrice del nuovo che bolliva in pentola. Quella “cassa di risparmio”, con la linfa nuova di un napoletano di grande cultura finanziaria e di profondo equilibrio di pater familias, aveva fatto un balzo in avanti nel giro di pochi anni, da quando Vincenzo Pennarola era transitato nei posti più importanti: tra gli altri, capo della filiale di Roma, poi a più riprese alla Direzione generale dove era stato vice-direttore con funzioni vicarie, poi aspramente contrastato (forse proprio perchè senese spurio, anzi niente affatto senese), poi nominato da Piero Barucci, ministro del Tesoro, al primo posto accanto alla stanza di quel forziere di ferro che un paio di secoli dopo l’invenzione della cambiale poteva contenere tutto il tesoro del Monte dei Pascoli (della Maremma).

Criteri da cassa di risparmio? Magari ad applicarli adesso. Anzi sarebbero meglio quelli da cassa rurale, se proprio bisogna guardare agli interessi dei soci e dei piccoli risparmiatori.

La casa di Rivisondoli la desiderava proprio quando stava al massimo della sua carriera di banchiere: come la passeggiata lungo Corso Ovidio a Sulmona, o la puntatina al “Caldora” di Pacentro, senza mai nessuna ostentazione, né autista, né scorta:  tutto quello che gli dava la possibilità di percepire senza filtri, da vicino, luoghi e persone, al punto che aveva immaginato una filiale del “Monte” al Gran Caffè in Piazza XX Settembre. Aveva ed ha ancora adesso, da pensionato sereno, la pacatezza di chi non deve mettere in mostra i suoi meriti: sulla “Repubblica” di Scalfari il 18 giugno 1993 si leggeva che erano bastati cinque minuti per designarlo alla carica, durata poi due anni e mezzo. E la inconsistenza delle motivazioni per quella esclusione del novembre 1995 aveva fatto dilatare il ricorso al TAR che Pennarola metabolizzava tra i tetti innevati di Rivisondoli, senza entusiasmi e senza abbattimenti, come si fa una cosa che è giusto fare, secondo una esigenza etica che sta al di sopra delle passioni e delle vendette. Cioè come bisognerebbe amministrare una banca.