RACCONTANDO BENE TI CONSIDERO UN PO’

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UN’ARTE PERDUTA E UN SEMINARIO CON LE PRIME PAROLE DELLE METAMORFOSI

22 FEBBRAIO 2015 – Quella che manca alle conversazioni di oggi è l’arte del racconto.

Torrenziali confessioni del proprio malessere abbattono ogni possibilità di reazione e di integrazione degli altri presenti: talvolta, al ristorante o nelle pause dei luoghi di lavoro, i più assolutisti prendono la parola e non la cedono più. E’ difficile che riescano a tenere alta l’attenzione; talvolta continuano solo per buona educazione di chi non li interrompe. Ma è una noia mortale dover fare da materasso alle esibizioni oratorie degli altri. Nei tribunali, in nome del tecnicismo delle difese, si è persa traccia delle belle arringhe che, senza cominciare da Adamo ed Eva, aiutavano ad inquadrare, come si dice, “la fattispecie”. I giudici, poi, violano ogni giorno la legge che impone loro di esporre una relazione: cioè, appunto, di fare un racconto. Succede solo in Corte di Cassazione, sotto l’orecchio vigile del presidente di sezione che ne sa una più del relatore e del diavolo.

Lì c’è davvero il racconto e non serve leggersi gli atti perché si arriva subito al punto della questione.

Dovrebbe essere così per tutte le nostre relazioni quotidiane: saremmo agevolati se qualcuno, senza fronzoli, ci aggiornasse, se possibile con un esempio folgorante; che squarci il velo del mistero, che spieghi più di cento pagine. Coglieremmo il senso e non ci stancheremmo a riscontrare gli appunti, a scorrere (come fanno in tanti senza percepire il nostro sguardo disgustato) intere messaggerie degli smartphone per trovare il passo e riferirlo. La pausa, in questi casi, invece di sottolineare ed evocare attenzione, lascia che ognuno si metta a pensare ai casi suoi.

Insomma, il racconto ai giorni nostri è difficile da sentire. E’ arte rara.

Eppure è tanto ricercato: nei film, nei servizi giornalistici. Una tecnica narrativa è proprio quella di introdurre l’ascoltatore in medias res e poi, piano piano, condurlo al senso delle cose da dire.

Ma, come si… raccontava all’inizio, oggi prevale una specie di ansia da seduta psicoanalitica di svuotare tutto il malloppo che si è creato in ore e giorni di meditazione. Anche sotto questo profilo, questa  è l’epoca del selfie narrativo: incontrollato, presuntuoso, invadente.

Proveranno a trasmettere l’arte del racconto quelli di “O Thiasos” (nella foto un allestimento di “Mila di Codra” dell’estate 2013), ovvero la scuola di rappresentazioni che, cogliendo i frutti succosi della classicità, svolgerà un seminario a Roma, in Via Pistoia, nella Sala dei Cantieri Scalzi, dalle 10 alle 19 di sabato 28 marzo e dalle 14 alle 18 di domenica 29 marzo, in un percorso che è aperto ad un massimo di dodici partecipanti e nel quale, raro esempio, si terrà conto delle inclinazioni dei singoli, si farà una specie di maieutica del dramma che è in noi.

E lasciamo per ultima la notizia sul titolo di questo seminario: “L’estro mi spinge a narrare”, cioè le prime sei parole delle Metamorfosi di Ovidio. Lui era un prestigiatore del racconto.

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