SORPRENDENTI LITI TRA PESCARA E CHIETI CHE INSEGNAVANO ALL’ABRUZZO AD ESSERE MODERNO. E L’AQUILA DISDEGNA IL CAMPANILE E PENSA ALLA CUPOLA
12 LUGLIO 2012 – Ai tempi della battaglia tra Sulmona ed Avezzano per l’istituzione della provincia, pescaresi e chietini guardavano con sufficienza quei conati di supremazia campanilistica e li definivano retaggio di un Ottocento che stentava a passare. Magari, a guardare meglio, i primi avevano ancora le ferite degli scontri del 1970 per non lasciare il capoluogo di regione all’Aquila; e gli altri facevano parlare da Gissi Remo Gaspari, che proclamava ai quattro venti che in Italia non si sarebbero fatte nuove province (poi ne furono istituite una quindicina…) e tutta l’antica Theate, comunque, non si faceva mancare niente in quanto a facoltà universitarie (anche doppioni di altre in Abruzzo), ospedali (un tantino sovradimensionati), fabbriche, raccordi stradali da accogliere il traffico di Los Angeles.
Le strumentazioni di sulmonesi e avezzanesi, regolate in Val Peligna da Raffaele Russo e Luigi Ragni (presidente del Tribunale) e in Marsica da Sergio Cataldi e Ferdinando Margutti (senatore in carica) erano considerate ferro vecchio e da non mostrare, pena la relegazione dell’Abruzzo nel Medioevo E’ finita come tutti sappiamo: con Avezzano che ha sprecato tutte le sue energie (soverchianti rispetto a quelle di Sulmona) in una iniziativa di legge popolare che non appena arrivò a Montecitorio trovò il posto in qualche archivio polveroso da dove non è stata più mossa. Gli aquilani, anch’essi ammaccati dalle barricate del 1970 per pretendere il capoluogo di regione, si ritennero comunque maitre a penser e stilarono un decalogo per insegnare a Sulmona e Avezzano come ci si comporta nel salotto buono della Storia.
Bene; ci siamo rivisti quel film che tanti albagiosi giornalisti e portavoce dei palazzi di Regione e Province hanno prodotto per poter dire che l’Abruzzo dei campanili era finito da secoli. Infatti, non credevamo ai nostri occhi quando abbiamo letto le dichiarazioni di queste ore tra sindaci di Pescara e Chieti e presidenti di rispettive province a proposito della sede della provincia di Chieti-Pescara: ci manca poco che quelli di Pescara siano considerati discendenti dei reclusi al Bagno borbonico e i teatini vengano chiamati con l’appellativo di “chietini” che li manda in bestia. Poi il quadro sarà completo e anche noi da Marsica e Valle Peligna potremmo stilare un decalogo di precetti morali e di bon ton da rimettere, ohibò, ai concittadini di d’Annunzio e ai loro cugini teatini. E adesso stiamo sentendo quello che gli aquilani dicono al ministro Barca solo perchè non ha promesso nessuna legge per L’Aquila; proprio i maestri di pensiero dell’Aquila che qualche ora dopo il terremoto del 2009 si fecero promettere in diretta tv da un presidente del Monte dei Paschi di Siena imbarazzato, ma praticamente impossibilitato a dire di no, che avrebbe provveduto a riparare la cupola di San Bernardino. Appunto: era la cupola e non era una questione di campanile.






