SE IL POETA CALCA IL PALCOSCENICO DEI SUOI PERSONAGGI E NE VIVE LA TRAGEDIA

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LE PAROLE DEI TRISTIA DI OVIDIO E LE SCENE DELL’ESILIO DI TOMI DESCRITTE DA VINTILA HORIA

10 MAGGIO 2016 – “Il mondo è pieno di dolore, la vita passa attraverso gli uomini, come questo vento, facendo tremare anima e corpo”.

E’ la rappresentazione che Vintila Horia immagina di Ovidio nel freddo ormai quasi polare dell’inverno che incombe sul delta del Danubio, a Tomi, nella relegazione : “L’inverno è vicino, l’estate non è stata che un breve spazio abbagliante in cui la morte diventa reale”.

Forse, come afferma Gabriele d’Annunzio, Publio Ovidio Nasone non sarebbe stato così grande se gli fosse mancata la tragica esperienza della relegazione: se si fosse fermato alle opere di moda nella città capitale dell’impero, o se tutto il suo percorso poetico avesse trovato il culmine nel pur immenso mondo delle Metamorfosi. Il più grande omaggio che Horia possa riservare a Ovidio quando nel Novecento scrive il suo “Dio è nato in esilio” è quello di farlo esprimere seguendo i miti dei quali nelle Metamorfosi e nelle Heroides ha fatto gallerie imponenti, mai più raggiunte da altri poeti, dell’Impero o di ogni epoca successiva. E parla del mito di Medea (nella immagine del titolo) che “uccise suo fratello, qui su questa stessa riva, fra grida simili, fatte per accompagnare i peccati degli uomini. Dall’alto di questa collina o di quella scogliera, che si perde verso sud, lei vide la nave di suo padre Eeta, che aveva abbandonato per seguire Teseo. Era stata la moglie di Giasone, lo aveva aiutato nella conquista del vello d’oro nella Colchide, situata su questa stessa costa, un poco più a Nord. Lei aveva ucciso… Ma ho già raccontato questa storia. Vedo davanti a me la bella e cattiva strega vagare, con lo sguardo pieno di angoscia, su questa spiaggia straniera”.

E, dunque, Horia fa di più: inserisce il creatore del mito nel palcoscenico dei suoi personaggi. Lo rende partecipe della storia di Medea: lo solleva dalla sua dolorosa e irrevocabile relegazione, ma gli dà il privilegio assoluto di non morire in quel fatidico 17 d.C. perchè ha ancora da convivere con la Medea della sua tragedia andata perduta. Nel palcoscenico della realtà, Ovidio non cessa di essere colui che scrive ed immagina, sia pure attraverso le parole di un grande artista del XX secolo, ancora Vintila Horia: “L’arte della magia non aveva segreti per lei. Ma davanti all’anziano padre  le formule magiche non avevano potere: si aggrovigliavano nella sua testa, diventavano confuse e inutili, e il grido dei gabbiani le impediva di pensare. Il vento soffiava tra gli steli dell’erba secca e il rumore delle onde la faceva smarrire. Vicino a lei stava suo fratello Absirto. Trova in lui la soluzione. Col pugnale trafigge il suo fianco innocente, riduce in pezzi quel giovane corpo fatto della sua stessa carne e colloca sopra una roccia, bene in vista, nel punto in cui la scogliera è più alta,  la testa insanguinata e le mani pallide di Absirto, come un faro abbagliante più forte della luce, perché suo padre lo veda da lontano. Poi dissemina per la spiaggia e per i campi le membra mozze che Eeta, nel suo ostinato inseguimento, scoprirà tra le pietre e i rovi. In questo modo sarà costretto a ritardare il cammino per raccogliere gli orribili pezzi e Medea potrà guadagnare tempo nella sua fuga. Vedo la fuga, sento i singhiozzi del  vecchio Eeta, che ad ogni passo si curva per non abbandonare ai corvi la carne del figlio, e che continua ad avanzare per punire la figlia scellerata. Medea è già lontana, quando iil vecchio riesce finalmente a dare una sepoltura al corpo in brandelli, quel corpo il cui ricordo si libra, come un volo di gabbiani, sulla città di Tomi “Inde Tomis dictus locus hic, quia fertur in illo / membra soror fratis consecuisse sui” (Da allora quel luogo fu detto Tomi, perché lì, si dice, una sorella ha tagliato le membra del fratello – Tristia, IX, 34-35. Tomis in greco significa “taglio”, “amputazione”).

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