Se la mafia a L’Aquila non fa notizia

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15 DICEMBRE 2014 – Don Luigi Ciotti ha detto che la mafia a L’Aquila era presente da prima del terremoto.

E’ una affermazione di una gravità inaudita, che viene da fonte qualificata e che è stata fatta pubblicamente. 

Cominciamo dalla prima delle emergenze, cioè la mafia a L’Aquila. Non c’è bisogno di sottolineare quanto questa realtà incida sulla percezione del primo dei problemi di ordine sociale, cioè l’aggregazione di forze e procedure illecite che si oppongono allo stesso primato della legge e, quindi, allo stesso ordinamento costituzionale. C’è, invece, bisogno di sottolineare che, se la mafia stava a L’Aquila prima del terremoto, occorre fare pulizia di tutto il ciarpame che si è andato consolidando nelle proclamazioni sulle tutele che sarebbero dovute alla città per impedire che le risorse per il terremoto si risolvano in occasioni di arricchimento delle organizzazioni malavitose. Se la mafia stava a L’Aquila prima del terremoto non occorre tanto salvare la città dagli attacchi della mafia, quanto occorrerebbe fare il possibile per salvare il territorio provinciale e regionale dai meccanismi che si sarebbero già affacciati nella città capoluogo; e vedere se non sia il caso, prima di dare i soldi, verificare che la realtà sociale del capoluogo non presti l’opportunità di assorbire a beneficio delle organizzazioni malavitose, della organizzazione malavitosa per eccellenza, le risorse che lo Stato ha già dato in abbondanza e si appresta a dare moltiplicando per dieci qualsiasi impegno di spesa sostenibile (come vogliono gli Aquilani e gridano a tutta voce i loro rappresentanti). Questo lo diciamo in quanto contribuenti che formano quelle risorse finora elargite con molta generosità e forse con molti sprechi a L’Aquila.

La seconda delle emergenze, cioè i riscontri che la notizia dell’affermazione di don Ciotti ha avuto sulle testate giornalistiche, ad incominciare da TG3 Abruzzo (che ha anche intervistato don Ciotti, ma nulla ha detto su questo annuncio dirompente), non è inferiore alla prima. Se un sacerdote, in prima linea per la battaglia contro le mafie, fa delle affermazioni di straordinaria gravità nella città capoluogo dell’Abruzzo, e non si trova seguito alcuno non diciamo nei commenti, ma addirittura nei notiziari di giornali e televisioni, sarebbe anche il caso di interrogarsi sulla utilità di un fronte così esteso (tra giornali, radiogiornali, telegiornali) sostanzialmente deputato a ripetere le stesse identiche notizie, come un rito senza varianti e senza neppure il guizzo di diversità che dovrebbe presiedere al pluralismo. Se questo è frutto di una momentanea botta di sonno e di abitudine al rimbalzo di notizie sempre uguali o comunque ugualmente riproducibili, potrà essere pure tollerabile e lo si può inquadrare in un momento di stanchezza. Se, invece, la presenza della mafia a L’Aquila in un periodo non sospetto, cioè prima del terremoto, non fa notizia, allora c’è da allarmarsi davvero.