SE L’OPERATORE E’ POCO OPERATIVO

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LE SOPORIFERE CONFERENZE DI PASQUALE D’ALBERTO E GLI ACCENTI PERSI PER STRADA

10 AGOSTO 2015 – Dal sito web “Reteabruzzo” riprendiamo la chicca della lettera invitata da tale Pasquale D’Alberto, che, scrivendo al direttore della testata, sostiene di aver “seguito con attenzione, e con un certo sconcerto, il dibattito che si sta aprendo intorno alla vicenda della corona di aglio rosso sulla testa della  statua di Ovidio e la conseguente denuncia dell’avv. Colaiacovo che chiede al giudice di vietare l’uso dei prodotti della terra per “inquinare” i simboli della cultura  locale. Mi sembra strano che si possa iniziare e proseguire un dibattito su una  vicenda così localistica mentre urgono problemi molto più seri. D’altronde – s’impegna e non s’impugna il D’Alberto – se si volesse entrare nel merito, Ovidio, in tutta la sua  opera, si dimostra orgoglioso di appartenere ad una terra “ferace”, che produce prodotti di  eccellenza, che è parte della sua tradizione famigliare e fonte della sua ispirazione. Avrebbe assistito al dibattito in corso con la necessaria ironia e con  uno sguardo compassionevole rispetto ai benpensanti scandalizzati per così poca cosa. Piuttosto, per restare ad Ovidio, a me preoccupa un’altra cosa. Siamo a due anni dal bimillenario. Sarebbe il caso di lavorare su temi  più “universali” per porre la questione del bimillenario all’attenzione nazionale. Nei mesi scorsi l’intellettualità e le istituzioni culturali sulmonesi hanno ricevuto un formidabile assist: la proibizione, da parte della Columbia University,   della lettura e lo studio dell’Ars Amatoria di Ovidio, in quanto nociva “… per la  formazione e per l’equilibrio emotivo degli studenti”. Un caso di vera e propria censura nella patria del liberalismo, che ha richiamato l’attenzione nazionale di studiosi e quotidiani. Ebbene: purtroppo nessuna voce si è levata dal mondo della cultura  sulmonese per entrare nel dibattito e focalizzare l’attenzione su Ovidio, Sulmona  ed il bimillenario. Questa si un’occasioone perduta. La polemica su Ovidio e la corona di aglio rosso, invece, resterà negli  annali, purtroppo, del pettegolezzo cittadino. Grazie dell’ospitalità Pasquale D’Alberto. Operatore culturale – Raiano.

Il rapporto di Pasquale D’Alberto con i giornali è sempre stato difficile; ma non solo quello con le testate giornalistiche, proprio quello con le copie dei quotidiani. Giunto dalla Marsica per fare il segretario di zona del Pci a Sulmona, tenne l’unica conferenza stampa alla quale partecipammo nelle stanzette confinanti con quelle della redazione de “Il Tempo”. Una noia mortale; e questo fu il meno, perché non facemmo in tempo a chiederci perché mai quel partito, che aveva uomini di spirito e di grande efficacia oratoria come Carlo Autiero (ma solo per citarne uno), mandava a parlare con i giornalisti uno con l’aria da burocrate e con i contenuti da… ecco non li ricordiamo neanche quei contenuti, se c’erano. Non avevamo, dunque, dato una risposta a questa domanda sulla strategia comunicativa del Pci che notammo una pila di giornali messa in bella mostra sul tavolino davanti al segretario di zona, intonsi, freschi di stampa, come sempre affascinanti, ma del tutto inutili alle circostanze. Cosa c’entrasse il Corriere della Sera con la politica cittadina non osammo neanche chiederlo alla fine della conferenza-stampa, tanto la risposta apparve chiara: niente. E poi “Repubblica”, la stessa “Unità”, “La Stampa” e via nazional seguitando. Scendendo per le scale dalle quali erano scesi i protagonisti della opposizione dura e ideologica degli anni d’oro della opposizione dura e ideologica, non riuscivamo a capire quale altra funzione avessero quei giornali se non quella della spezia per una minestra insipida, buttata lì senza interazione, in modo che quando l’assaggi seguiti a sentire la spezia e la minestra insipida e l’una non dà sapore all’altra.

Può capitare che dopo venticinque anni persone così te le ritrovi che si definiscono “operatore culturale”; ma i danni che fanno non sono più seri, per fortuna, di quelli che facevano al partito con quella comunicativa plumbea. Mettono qualche accento di meno di quelli che si richiederebbero, ma in letteratura succede di peggio; ricostruiscono la storia della famiglia e della poesia di Ovidio con qualche  licenza… poetica, ma almeno non arrivano ad assaltare la statua di Ovidio in Piazza XX Settembre per metterci l’aglio. Scrivono che alla “Columbia University” sarebbe stata introdotta la proibizione della lettura e dello studio dell’Ars Amatoria di Ovidio, sbagliando genere numero e caso, perché la polemica riguarda la lamentela di una studentessa per gli effetti della descrizione di un episodio violento e un articolo sul “Columbia Daily Spectator”, giammai una decisione di escludere Ovidio. Scrivono che nessuna voce si è levata dal mondo della cultura sulmonese per entrare nel dibattito, quando proprio questa testata ne ha parlato; se poi è stata l’unica, semmai la circostanza aumenta il valore della ricerca fatta e dell’autonomia che la caratterizza. Insomma, quanto ad operatività, questo “operatore culturale” pare ne abbia poca; anzi non si documenta neanche delle cose basilari del dibattito che vuole intrecciare. La patria del liberalismo potrebbe invece insegnargli che non ci sono dibattiti da fare e dibattiti da non fare; come non ci sono contenuti da sostenere in un dibattito e contenuti da reprimere. Ci sono i dibattiti che sorgono e quelli che non sorgono, i contenuti che si sviluppano e quelli che non si sviluppano; fuori di questa logica c’è la programmazione culturale dei soviet e la fine di Solgenitsin, i carri armati a Budapest e quelli a Praga.

Per esempio, quando ci si rivolge al tribunale non si pretende di suscitare alcun dibattito, ma solo di applicare una legge. L’iniziativa di chiedere una decisione giudiziaria è l’opposto esatto del pettegolezzo. Avremmo fatto del pettegolezzo se avessimo avanzato delle ipotesi per le quali D’Alberto passò dalla Marsica alla Valle Peligna o perché abbia cambiato vari mestieri prima di approdare all’”operatività culturale”. Ci siamo limitati a ricordare che portava alle conferenze stampa un fascio di testate nazionali e non affrontava neanche un tema di quelle pagine. Ben lieti se la questione dell’aglio passerà alla storia di questa città proprio per l’esatto opposto di quello che operativamente intuisce Pasquale D’Alberto. Infatti, per adesso, voci qualificanti come la Direttrice del Polo museale d’Abruzzo, dott.ssa Lucia Arbace, hanno espresso la loro condanna per questo indegno allestimento. E questo significa che dalla massima autorità regionale è venuto un primo giudizio al quale, a nostro avviso, il giudice non potrà sottrarre la motivazione del suo provvedimento, vista la professionalità e la stessa fonte dalla quale proviene. Potremmo inserire nel “carnet” da presentare al giudice anche l’opinione di Pasquale D’Alberto: ma dovrebbe passarci un curriculum, come si fa, per esempio, alla Columbia University che lui tanto conosce. Ci dovrebbe dire quante lauree ha conseguito, che conferenze ha fatto senza giornali sul tavolino, quante monografie, monotone o non monotone, ma insomma monografie. Tutto il resto, come diceva Califano, è noia; e ricorda tanto le conferenze stampa di D’Alberto. Come le sue impennate, non ha seguito alcuno, con i commenti al suo intervento che dopo tre settimane sono ancora allo zero tondo, preambolo per passare alla storia cittadina come il segretario di zona più soporifero del Pci e l’operatore culturale meno… operativo.