SEMPLICI SOSPETTI E PENE REALI NELLA GUERRA DI CONQUISTA DEL SUD

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GLI EFFETTI DELLA LEGGE PICA E LE RETATE IN PROVINCIA DELL’AQUILA

16 OTTOBRE 2016 – E’ di un avvocato dell’Aquila, Giuseppe Pica, la legge che avrebbe dovuto combattere il brigantaggio,

ma che in realtà servì a consentire una serie infinita di violenze a danno delle popolazioni del Sud Italia. Ruotava soprattutto intorno all’istituto del “domicilio coatto”: misura che non doveva essere intrapresa da alcun giudice e che, soprattutto, si poteva basare sulle voci raccolte in giro su una persona o su parenti di quella persona. Migliaia di persone furono spostate, senza alcun effettivo indizio, ma soltanto con lo sventolìo di sospetti e di voci di piazza (peggio ancora: con le delazioni di nemici di vecchia data), dalle città e dai paesi dove vivevano al Sud, nelle isole davanti alla Toscana, ma anche nella stessa Favignana, alle Tremiti, a Cagliari, a Ustica. Fu un aspetto che la storiografia ufficiale ha sottovalutato. “E anche a me, all’inizio, la deportazione parve un aspetto minore della carneficina risorgimentale: in fondo, li sparpagliavano, non li bruciavano, non li fucilavano. – afferma Pino Aprile nel suo “Carnefici”, ultimo lavoro sulla storia della unificazione d’Italia attraverso la occupazione del Mezzogiorno- Non avevo ancora capito che, considerando l’insieme delle operazioni condotte dai piemontesi al Sud, se con la fucilazione distruggevi singoli esseri umani, anche se tanti, con la deportazione distruggevi la comunità, l’essere popolo”. E i casi sono raccapriccianti: “Deportarono da Palermo una donna a fine gravidanza e con un bimbo di tre anni, tanto che partorì in viaggio; un’altra, di 47 anni, madre di nove figli. Persino le intenzioni dei bambini, degli adolescenti rappresentavano un pericolo mortale per l’Unità piemontese d’Italia, se Michele Di Napoli è deportato, “perché sospetto manutengolo dei briganti, fra i quali anche il padre”. Cioè: non doveva aver rapporto con lui” E lo arrestano “perché voleva ricalcare le orme paterne”. Michele ha 13 anni”.

La “legge Pica” prevedeva la valutazione della “giunta provinciale”, che decideva sui “trasferimenti”, anche in base ad un semplice “dicevasi” che poteva compromettere persone del tutto pacifiche ed estranee anche soltanto ad ogni forma di dissenso verbo i Savoia: Luigia Cannalonga, 50 anni, contadina di Serre, deportata al Giglio perché madre di un ex soldato borbonico datosi alla macchia, il capo “brigante” Gaetano Tranchella. Non viene rilasciata quando finisce il periodo di misura a suo carico, ma solo dopo la morte del figlio. E ancora Romano Canosa, che, prima di morire immaturamente negli anni scorsi, ha scritto molto sul “brigantaggio”, ha scritto nel suo “Storia del brigantaggio in Abruzzo dopo l’Unità” di una retata di 455 persone nella sola provincia dell’Aquila. E Pino Aprile osserva: “La funzione di questa inumana forma di controllo sociale appare più che evidente: le persone cui era comminata tale pena (persino, per la durata, “a discrezione” e controlegge), non erano colpevoli di nulla, non avevano condanne; la loro pericolosità sociale era stimata dall’occupante, in base a quel che “avrebbero potuto” fare, non importa se bambini, o da quel che pensavano, se non in linea con i progetti della nuova dinastia o persino solo da quel che “dicevasi” potessero fare o pensare”.

Nella foto del titolo: Francesco II, ultimo Re delle Due Sicilie