SERMONTI SU RADIO3 LEGGE LE METAMORFOSI

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OGNI GIORNO ALLE 17 FINO A DICEMBRE

7 OTTOBRE 2014 – Sul terzo programma della radio, Vittorio Sermonti ha intrapreso oggi la lettura delle “Metamorfosi” di Ovidio.

I primi 312 versi delle “Mutate forme” sono per lo più occupati dalla descrizione affascinante del caos dal quale nascono i continenti e i mari, secondo il desiderio “di un dio, chiunque si fosse”; ma anche di un evento che sembra ridare il caos alla terra, cioè il diluvio che sommerge ogni cosa cogliendo all’improvviso gli uomini e gli animali e lasciando miseria e carestia.

Vittorio Sermonti ha pubblicato lo scorso anno la sua traduzione della più grande delle opere di Publio Ovidio Nasone e ne ha offerto una lettura di alcuni episodi proprio al Campidoglio la scorsa estate. Ora ogni giorno fino a dicembre la radio 3 alle ore 17 dal lunedì al venerdì ospita la sua voce dal timbro chiaro e netto (nella immagine: “La verità svelata dal Tempo”).

“A dire di forme alterate in forme di corpi mai visti

mi sento sedotto; dei, ah, date respiro all’impresa avviata

(avete alterato anche quella!) e assecondate il mio canto

dal primo principio del mondo, ininterrotto, ai miei giorni.

Prima di mare e terre e del cielo che tutto copre

la natura nell’universo presentava un unico aspetto,

che si è convenuto chiamare Caos: una massa grezza, indistinta,

nient’altro che un blocco inerte, una congerie di germi

disparati di cose male accozzate fra loro. Non c’era

ancora Titano il Sole che offrisse al mondo la luce,

nè Febe la Luna che, nuova, crescendo colmasse la falce;

nè la Terra, compatta di gravità, era appesa in un’aria

che la avviluppasse, nè Anfitrite l’Oceano aveva disteso

ancora le braccia a disegnare le rive del mondo.

E sebbene la terra ci fosse, ci fossero il mare e l’aria,

la terra era malferma, innavigabile l’acqua, l’aria

senza luce; nulla che conservasse una forma sua propria;

ogni cosa urtava nell’altra, dacchè in un unico corpo

il freddo confliggeva col caldo, il secco con l’umido,

il molle col duro, il grave con l’imponderabile. Un dio

(per non dir la natura propizia) sedò questi attriti,

e separò le terre dal cielo e dalle terre le onde del mare,

distinse l’azzurro puro dell’etere da un’aria più spessa.

Sdipanati, sottratti all’impasto brumoso e dislocati

gli elementi ciascuno al suo posto, li accordava in serena armonia.

Sprigionandosi verso l’alto, ecco insediarsi al vertice

di tutta la volta celeste l’energia senza peso del fuoco;

per sede e per leggerezza le è quanto più prossima l’aria;

più densa di loro, la terra ha compattato ogni grave,

e al proprio peso soggiace; versandosi intorno, l’acqua

occupa gli ultimi spazi e imprigiona la massa del mondo.

Così disposta quella congerie, il dio, chiunque

si fosse, la seziona, le sezioni organizza in un tutto,

e a cominciar dalla terra, per uniformarne l’intera

superficie, l’aggomitola in un grandissimo globo.

Diffonde le acque e ingiunge alla rapina dei venti

di incalzarle e recingere i margini della terraferma.

Fa di più: le sorgenti fa e le immense paludi e i laghi,

e chiude fra sponde tortuose il deflusso dei fiumi,

che, secondo i terreni, o sono assorbiti da quelli,

o raggiungono il mare e, accolti in più libero spazio

d’acqua, anzichè sulle sponde si frangono sulle scogliere.

Ordina alle pianure di spandersi, alle valli di incidersi,

di coprirsi di foglie ai boschi, alla pietra dei monti di alzarsi.

E come ha diviso il cielo sulla destra in due zone,

in due sulla sinistra, con al centro una torrida quinta,

così lo zelo divino ha distinto in fasce la massa

che include, sulla terra imprimendo zone altrettante;

inabitabile è quella di mezzo per la calura;

la neve opprime le estreme; alle due dislocate fra queste

un clima assegnò temperato mescolando la fiamma col ghiaccio.