“SERVITUS NON AEDIFICANDI”. E IL METANODOTTO ACCENDE GLI ANIMI

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AUDIZIONI NELLA SALA PARROCCHIALE PER GLI INDENNIZZI AI PROPRIETARI – MA TUTTO SI RISOLVE IN UNA CENA DI PESCE

I GIUGNO 2023 – Godibili scene di ordinaria contrapposizione si svolgono nelle quotidiane audizioni per le occupazioni urgenti in vista degli scavi del metanodotto dalla Puglia a Foligno. I proprietari solo in parte accettano che i terreni siano rivoltati per adagiarvi il grande tubo. Poi saranno ripianati, ma non si potrà costruire venti metri a destra e venti metri a sinistra. Quando sentono cosa significa in Italiano la “servitus non aedificandi” molti rivendicano i sacrifici fatti dagli avi per acquistare quei terreni e prospettano azioni estreme, al confronto delle quali l’impegno solenne dei cardinali “usque ad effusionem sanguinis” (da qui il colore del vestito) è roba da “Noi moderati” di Lupi.

Urta i nervi anche l’obbligo di non installare piante in coincidenza del “grande tubo” ad una profondità che anche i fagioli raggiungono, per non parlare della vite che caratterizza le ubertose colline (direbbe il poeta) proprio nel cuore della Valle Peligna.

Nella sala parrocchiale della Madonna della Libera a Pratola i geometri della ditta incaricata hanno una pazienza che evidentemente viene da precise disposizioni dall’alto e ripetono l’offerta per migliaia di volte: tante sono le particelle di un territorio non sfiorato dalla riforma agraria e neanche dal disposto del codice civile secondo il quale le successioni ereditarie o le vendite non possono frammentare oltre la minima unità colturale, pena l’intervento del pubblico ministero.

Sono pazienti al punto tale che ricordano a qualcuno dei convenuti che l’atto di sottomissione (questo termine non viene evocato, perché sarebbe come il sale sulle ferite) è stato già sottoscritto nel 2009; sono passati i dieci anni della prescrizione ordinaria e, quindi, bisogna rifarlo. C’è anche una modesta rivalutazione monetaria: l’indennizzo, così, arriva nella maggioranza dei casi ad una cena di pesce per il proprietario e la moglie (o, più di frequente, per la proprietaria e il marito per effetto di un femminismo agrario più efficace delle quote rosa nella vera civiltà contadina), con l’ultimo vino ottenuto dalle vigne delle colline ubertose. Ogni tanto si affaccia qualche zio o nonno che alle ore 16 dalla sala parrocchiale dovrebbe riprendere i pargoli e lascia detto che ripassa; compare anche una alienata che valuta che, almeno, con il metanodotto qualcuno potrà lavorare; neanche i più pazzi parlano di compensazione. I geometri aggiungono altre fette di pazienza.

In questo universo del dissenso potrebbero intervenire i Comitati per l’Ambiente e mietere proseliti per azioni vistose; ma, come sentono di dissidenza organizzata, i cardinali revocano il giuramento. Alcuni optano per la cena di pesce; altri, in verità, insistono e aspettano la procedura del tribunale.

E i tutori della legge, stiano essi ai ministeri, o alle soprintendenze o dove altro si nascondono, non applicano il decreto per la valutazione di impatto ambientale e si specchiano alla consolidata esperienza di non belligeranza del pubblico ministero che ha lasciato dividere le particelle dal 1940 in poi, contravvenendo all’indirizzo del saggio legislatore e nulla obiettando sulle ripartizioni che frammentano le terre e fiaccano le resistenze, per terreni che alla fine sono stati abbandonati e consegnati alle serpi.

Accanto al titolo: un terreno destinato al passaggio del metanodotto. La proprietà, almeno quella della foto, è riservata

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