SESSANT’ANNI DI ERUDIZIONE PER RAGGIUNGERE IL KARMA DI UNA PARTITA DI CALCIO

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MARIO MARCONE SI RIPRENDE DOPO L’INCIDENTE D’AUTO

17 DICEMBRE 2013 – Difficile staccarlo dalla immagine stereotipata del bibliotecario intento a battere con un dito solo sui tasti della Olivetti, per lunghe introduzioni a monografie e prolusioni.

Nei gelidi locali della biblioteca comunale Mario Marcone ha vissuto per almeno un ventennio senza avanzare rivendicazioni, soddisfatto della vicinanza con i testi sacri dell’Umanesimo. Scriveva anche i discorsi che i sindaci avrebbero tenuto nelle cerimonie: l’amministrazione di sinistra (quella dei sei anni dal 1975 al 1981) annunciò che non avrebbe tollerato le assenze impreviste e prolungate dell’unico bibliotecario, che quando se ne andava chiudeva dietro di sé il portone della “Publio Ovidio Nasone” con sette mandate e poi aggiungeva una spintarella con la spalla per verificare che non si aprisse. Il sindaco Trotta fu al limite dell’inclemenza annunciando che anche l’umanista, l’erudito per eccellenza della Sulmona letteraria, avrebbe dovuto timbrare il cartellino. Poi giunse inattesa una inaugurazione importante e servì un discorso ben fatto; il resto è già detto nelle righe precedenti.

Mario Marcone, definito una “vestale” della cultura dal preside Ottavio Poillucci, seguitò a vegliare sul fuoco sacro delle ricerche di tutti i tipi: si caricava di tutti i contatti, anche di quelli per ottenere prestiti dalla Biblioteca Nazionale di Roma. Il problema era che si trovava sempre indietro, perchè non diceva di no a nessuno, semmai invitava a ripassare. Quando? Non lo sapeva neanche lui, ma a ripassare dopo il ripasso, a tentare ancora. E così eludeva le richieste, fino a prendere per sfinimento l’interlocutore che rinunciava. Facendogli un piacere.

Di quel bibliotecario avresti detto che non si sarebbe mai goduto la pensione, perchè integrato e avviluppato nel sistema dei libri e chi prevedeva che, andando lui in pensione, sarebbe rimasta chiusa la biblioteca, ha sbagliato di pochi anni e di meno di un soffio circa la causa: un terremoto vero, mentre a pensionare Marcone poteva bastare un terremoto metaforico, una riformina dei livelli impiegatizi. Tra i tanti primati che il mite bibliotecario poteva vantare, c’era quello di essere stato l’autore dell’unico articolo restituito dalla redazione del Tempo di Roma a quella di Sulmona (su disposizione del marchese Saverio Brenciaglia) per impossibilità oggettiva a trovargli un titolo. Era una divagazione altamente dotta sugli umanisti di Sulmona, ma effettivamente la notizia non si sapeva dove si nascondesse: e un titolo, senza la notizia, non si può fare. Questo non impedì a Mario Marcone di affiancare la sua firma a quella del grande Enrico Mattei, ancora sul Tempo, in un inserto speciale di molte pagine sull’Abruzzo e in prima pagina di quell’inserto: questione di vena e questione di giornate, come gli artisti, anche se lui non si è mai definito, né si è mai atteggiato ad artista, rivendicando nei fatti una immensa erudizione.

Ora in effetti la pensione se la gusta a piccoli sorsi, reduce da un incidente stradale bruttissimo, claudicante, ma rimesso a posto per le cure premurose della cognata: il suo sogno quotidiano è spostarsi dalla casa per anziani di Palazzo Mazara al “Gran Caffè”, dietro la statua di Ovidio, per rimanere in un tavolino meno di un’ora a sorseggiare un cappuccino. La sorpresa mefistofelica che viene da tutta questa storia è la lettura che occupa oggi il bibliotecario di ieri: un paziente, riflettuto e solenne esame della “Gazzetta dello Sport”. La cultura è quello che rimane quando si è dimenticato tutto: e si può quindi meglio capire una partita di calcio.