SI PUO’ VIVERE SENZA IL COMPLESSO DI EDIPO E SCRIVERE LE METAMORFOSI

455

PADRI, MADRI E FIGLI NEL CONTINUO DIVENIRE E ANCHE NELLA FESTA DI UNO SGUARDO

14 APRILE 2016 – C’è di tutto nelle “Metamorfosi” di Ovidio; ma non c’è il mito di Edipo, colossale punto di riferimento della mitologia classica ed immenso campo di battaglia della psicologia contemporanea. A Edipo il poeta sulmonese fa un riferimento labile nel settimo libro (“Il figlio di Laio aveva risolto l’enigma che prima nessuno aveva capito“) e verso la fine del poema, nel quindicesimo libro, quando parla di Pitagora e accenna a Tebe come alla “città di Edipo”. Argentieri, nella sua introspezione psicologia sull’opera di Ovidio, propone una interpretazione affascinante di questa omissione: la circolarità del mito delle metamorfosi, il continuo divenire e trasformarsi delle forme, non si concilia con la struttura della vicenda edipica, che per essere tale deve riconoscersi nella contrapposizione incontrastabile tra i diversi (maschio e femmina, adulto e adolescente, cioè tra genitore e figlio).

Feconda conversazione quella di oggi della prof.ssa Cristina Vallini al “Pacifico” per la apertura della XVII edizione del “Certamen ovidianum sulmonense”, davanti ai ragazzi  che domani, venerdì, si confronteranno nella traduzione di un’opera del Vate nella sede provvisoria del Liceo classico.

Feconda è stata la conversazione perché, a voler cercare i riferimenti più intensi nella stessa iconografia di Sulmona, di questo riconoscimento non edipico, cioè della negazione del complesso che agita la psicologia moderna, si rinvengono tracce eclatanti. Il contrario del complesso edipico è quello che consente ad Arcade di comprendere per un soffio, prima che scocchi la freccia che ucciderebbe l’Orsa che gli si para avanti, proprio sua madre Callisto, la ninfa infelice poi trasformata in una costellazione, senza aver avuto colpe se non quella di non essere riuscita a respingere la concupiscenza di Zeus. Qui c’è il riconoscimento, che non è soltanto l’identificazione, fredda e oggettiva, ma l’acquisita consapevolezza di trovarsi in un evento straordinario, superiore alle forze della natura e del raziocinio. Callisto di fronte ad Arcade “trasalì e si arrestò, come lo vide, e parve proprio che lo riconoscesse” (“restitit Arcade viso et cognoscenti similis fuit” scrive Ovidio nel secondo libro delle Metamorfosi).

Momento immenso in tutta la vicenda umana è quello nel quale la madre riconosce il figlio che credeva perso per sempre. E si ripete ogni Pasqua mattina in Piazza Garibaldi (NELLA FOTO DEL TITOLO) nell’attimo che condensa il riconoscimento della madre Maria di Nazareth. E’ un attimo che rigenera una vita destinata a spegnersi e dal mito ovidiano si distacca solo perché quella madre non si arresta, ma nel compimento della speranza si precipita verso il figlio risorto.