STORIA INTIMA DI VICENDE PUBBLICHE E RIVOLTE

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LA PRATOLA DEI FIERI CONTRASTI E DELLE AMICIZIE INOSSIDABILI

5 AGOSTO 2017 – Ottantaquattro anni non bastano ad esprimere un giudizio storico sui fatti rivoltosi di Pratola Peligna, per i quali morirono due persone e si giocò una posizione il podestà dell’epoca, subirono processi ingiusti i suoi amici. Così Ornella de Prospero, figlia di quel podestà e con appena due primavere sulle spalle in quell’anno dello scoppio d’ira per la disperazione connessa alla crisi, racconta l’unica storia che oggi si può raccontare: quella delle piccole memorie intimistiche, nel suo “La storia in soffitta” (nella foto una pagina), presentato ieri a Palazzo Colella, lungo il “corso” di Pratola.

Alcuni di questi flashes sono struggenti, si stenta a credere che la persona che li ha vissuti sia sopravvissuta all’improvviso ribaltamento della sorte: il podestà, ossequiato fino al giorno prima da un intero paese e detestato da una manciata di nemici, che si avvia scortato sul treno dai Regi Carabinieri, con le mani costrette dai “ferri”, perché responsabile, per quella impostazione di regime autoritario, della rivolta e dei morti, ma soprattutto della perdita di comando in un paese che si fa sconvolgere dal popolo.

Ornella de Prospero ha dato valore alle cose che stanno in soffitta e le ha offerte ai concittadini di adesso, che del podestà hanno un ricordo nominalistico: una autorità, una divisa, l’iniziativa per molte opere pubbliche. E’ un’opera di reintegrazione nella realtà questo racconto, perché le vicende di un paese sono da guardare anche nella inquadratura dei suoi familiari: “Nessun dolore ci fu risparmiato, solo la vita” annota l’autrice ed aggiunge, grano dopo grano, nuovi episodi per formare questo rosario e tessere una preghiera risarcitoria alla memoria dell’uomo, non del podestà; della persona che i figli avrebbero voluto sempre nel palazzo di Via Gramsci invece che condannato dal fascismo per quei fatti del 1933 e dagli antifascisti per essere stato comunque un uomo del regime; e due volte Ornella de Prospero dovette vedere il padre ai ferri, la seconda volta per il motivo opposto alla prima.

E in realtà, quando non si è maturato il distacco per parlare veramente di Storia, almeno questo si può dire della rivolta che segnò il “prima” e il “dopo” della sua vita. “Don” Luigi de Prospero non fu un cieco esecutore delle incongruenze del fisco che aveva voluto la tassa-detonatore della sanguinosa rivoluzione : “I gerarchi aquilani  ci inzupparono il pane poiché papà, da tutti chiamato ironicamente il Ras di Pratola, era andato più volte a reclamare su quella tassa esosa, a pretendere che la abolissero. Aveva scritto a Mussolini, era andato personalmente a parlargli a Roma per dimostrargliene l’iniquità e per perorare, invano, la causa della popolazione. I gerarchi aquilani, infastiditi dalle sue pretese, avevano fatto in modo da addossargli tutte le colpe per denigrarlo agli occhi del duce, anche perché papà conosceva tutte le loro magagne e gliele rinfacciava tutte le volte che li incontrava in prefettura a L’Aquila”.

Epoca di rancori forti e contese politiche molto personalizzate; ma anche di solidarietà altrettanto inossidabili, che procurarono reazioni velenose e addirittura processi solo perché gli amici di don Luigi, anche quelli che non condividevano con lui l’impegno nelle cariche politiche, non retrocessero quando la stella del podestà sembrò oscurarsi. Dovette difendersi dai fatti della rivolta l’avv. Tommaso Colajacovo, che fu completamente scagionato dopo l’istruttoria, nella quale era definito “l’eminenza grigia” del de Prospero.