A TESTA ALTA

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UNO SGUARDO A EPISODI STORICI QUANDO CHIUDONO I PRESIDI DI GIUSTIZIA 

27 GIUGNO 2014 – In un luogo dove si svolgono processi e si pronunciano sentenze passa l’intera società.

L’illusione che, stroncando le iniziative della gente per aver giustizia, si faccia giustizia e si conservi l’equilibrio della difficile convivenza sociale riducendo i costi è un vero sognare ad occhi aperti; o, peggio, un modo per ridurre le tutele, una specie di programma per consentire che i più avventati, i più spregiudicati, abbiano la meglio. Non per niente i tiranni non amano i giudici; non per niente il disegno della P2 aveva capitoli importanti per riformare la giustizia.

Da pretore di Pratola a presidente del tribunale di Roma

Così, al racconto dell’ultima udienza di un posto dove si amministrava giustizia (v. “L’udienza è tolta”, nella sezione GIUSTIZIA  di questo sito), bisognerebbe aggiungere la storia di una pretura, quella di Pratola, che esisteva dall’epoca del Regno delle Due Sicilie e fu rinforzata nel Regno d’Italia: le società che hanno forti ideali, quelle che nascono dalle battaglie, da un’alba di mito, hanno una forte richiesta di giustizia. La partecipazione si garantisce se il cittadino o il suddito hanno un posto dove pretendere la riparazione del torto. Oggi si assiste allo smantellamento della giustizia amministrata dallo Stato e si consolidano i metodi e i percorsi di risposte private, come la mediazione e la conciliazione. Chi arriva davanti ai giudici è visto con fastidio, è litigioso, dovrebbe pensare ad altro.

Non era così ai tempi eroici di un ufficio giudiziario dove, per esempio, pronunciavano giustizia in nome del Re magistrati di prim’ordine: gente che, come Milziade Venditti, dopo essere stato Pretore di Pratola, piano piano, arrivò ai vertici della magistratura fino a diventare Presidente del Tribunale di Roma. Tra le due guerre, proprio Venditti si recava ogni giorno agli uffici di Via Vittorio Veneto (c’è ancora scritto a caratteri cubitali “Pretura mandamentale”). Dopo e prima di lui il “cursus” dei magistrati si formava anche attraverso le esperienze di umano contatto per le liti tra persone di tutti i livelli.

A Pratola Peligna si istruì in parte il processo da celebrarsi in Assise per la rivolta del 1934 che provocò tre morti. Il giudice istruttore ascoltò i numerosi testimoni e ciascuno ha poi fornito una versione del colloquio sostenuto a muso duro negli uffici della pretura: non un passo indietro, la protesta dei pratolani non arretrava neppure con le minacce di repressione del regime. Ci si rivolgeva ai giudici e non ai gerarchi: dunque si aveva fiducia di ottenere rispetto. La magistratura, del resto, in Italia seppe tenere la schiena dritta, se il regime dovette allestire i “tribunali speciali” per i suoi fini. Tra i tanti convocati, c’era anche chi, richiesto di declinare le proprie generalità in apertura dell’interrogatorio, rispose: “Ma se mi avete mandato a chiamare, almeno lo saprete il mio nome…”. Volarono anche schiaffi in una udienza: per la verità l’irriverenza dell’avv. Rocco Santacroce nei confronti dello zio, avv. Tommaso Colajacovo, fu sanzionata con un ceffone, sebbene, nel 1976, vivo solo il primo, ci disse di aver lui mollato il malrovescio. Ma questa è aneddotica, come ce ne sono in tutti gli uffici giudiziarii, rievocata dagli avvocati nelle lunghe ore di attesa per le udienze. E infarcita di verità ad usum delphini.

“Il codice non dice proprio questo…”

E’, invece, un atto scritto e un formale atto difensivo quello che l’avv. Tommaso Colajacovo (nella foto) inviò al Sindacato provinciale forense (sostanzialmente il consiglio dell’ordine) per esporre la sua versione in una spinosissima vicenda per la quale fu anche tentato il suo arresto: “A tutela della mia dignità professionale e di membro del Direttorio del Sindacato Forense presso il Tribunale di Sulmona ricorro a V.S.  ed espongo i seguenti fatti:

Certa d’Aprile Luisetta da Pratola Peligna con citazione 5 corrente mese propose opposizione alla vendita di alcuni oggetti pignorati in danno di altri reclamandone la proprietà. Per la discussione di tale opposizione venne dal sig. Pretore di Pratola Peligna fissata con abbreviazione dei termini la udienza straordinaria del giorno sei successivo alle ore 9. La creditrice era la Banca delle Marche e degli Abruzzi in persona del sig. De Panphilis Paolo, Direttore dell’agenzia di Pratola. Il De Panphilis incaricò me del patrocinio della Banca.

In adempimento al mio dovere professionale alle ore 9 precise mi recai in Pretura constatando che il sig. Pretore non era ancora ivi giunto. In compagnia col De Panphilis uscii dalla Pretura verso le 9.3/4 pregando quelli della Cancelleria di mandarmi a chiamare appena il Pretore fosse arrivato. In Piazza mi imbattei coll’ing. Santacroce Lorenzo Segretario Politico del Fascio locale col quale mi posi a discorrere. Si avvicinò intanto l’Ufficiale Giudiziario Cristiano incaricato della vendita fissata per le ore 10 il quale al De Panphilis domandò che cosa della vendita doveva farsi. Il De Panphilis rispose che doveva farsi quel che si doveva fare. A questa risposta il Cristiano deplorò che nella Pretura di Pratola era invalso un uso contrario alla norma tassativa di legge, in quanto si pretendeva che l’Ufficiale Giudiziario, per il solo fatto dell’opposizione alla vendita sospendesse la vendita stessa anche prima che fosse intervenuto l’ordine di sospensione da parte dell’Autorità giudiziaria. Soggiunse il Cristiano che egli non intendeva di sottostare a tale uso perché non voleva incorrere in sanzioni penali spiegando che non intendeva prendersi tre anni di galera così come un suo collega se l’era presa.

La enunciazione di una nozione procedurale  esatta da parte del Cristiano in ordine alla esecuzione mobiliare richiamò la mia attenzione ed io feci al Cristiano i miei complimenti, significandogli tutto il mio compiacimento per il suo modo di pensare. Il Cristiano rispose che sarebbe andato ad iniziare la vendita perché erano trascorsi già quindici minuti dalle ore 10 fissate per la vendita stessa e si allontanò.

Successivamente verso le ore 11 m’imbattei nuovamente con l’Ufficiale Giudiziario Cristiano che era in compagnia del commesso giudiziario certo Polce ed il Cristiano spontaneamente mi confidò che il Cancelliere della Pretura gli aveva imposto di sospendere la vendita e lo aveva chiamato in Pretura dove egli si recava. Mi sorpresi, naturalmente, di questo intervento da parte del Cancelliere e dissi al Cristiano che desideravo accompagnarlo. Ci movemmo infatti verso la Pretura  ma il Cancelliere precedè di pochissimi passi così me come il De Panphilis che mi accompagnava, per modo che egli arrivò al pianerottolo cui dà la porta della Cancelleria qualche istante prima di noi. Arrivando così io che il De Panphilis assistemmo a questa scena: il Cristiano era fuori della porta della Cancelleria ed il Cancelliere Pace Donato sulla soglia della porta stessa come uno energumeno agitando le mani e convulso lo rimproverava acerbamente del fatto di avere egli dato inizio alla vendita, quando sapeva che alla vendita si era fatta opposizione.

L’intrigo del cancelliere

Il contegno del Cancelliere mi sorprese non poco e mi fece sorgere nell’animo il dubbio di un certo intrigo. In adempimento ai miei precisi doveri di patrono della Banca credei di intervenire osservando al Cancelliere che non era né giusto né legale che si pretendesse dall’Ufficiale Giudiziario l’inadempimento ai doveri. Il Cancelliere, con arroganza, mi osservò che io non avevo nessun diritto ad intervenire perché egli solo era il Cancelliere della Pretura ed egli solo poteva comandare a suo piacere l’Ufficiale Giudiziario della medesima. Obiettai che tutto ciò stava bene ma non per impedire all’Ufficiale Giudiziario l’adempimento di un proprio dovere. Domandai quindi al Cancelliere se egli assumeva la responsabilità di questo suo fatto, ed avendo egli risposto affermativamente ebbi una espressione di indignazione, e dissi, a voce alta, che avrei denunciato tutti alla Procura del Re. Il mio dire calmò i bollenti spiriti, perché il Cristiano dicendo al Cancelliere: io, Cancelliere, non intendo andare in galera e quindi torno a proseguire la vendita, si allontanò senz’altro, ed il Cancelliere a sua volta tornando al suo Ufficio disse: “ma a me chi me lo fa fare di prendermi i gatti a pelare: volete fare la vendita e fatela pure.” Dopo di che io ed il Cancelliere celiammo non poco intorno all’accaduto, fino a quando non giunse, alle ore 11,30 circa il sig. Pretore che se ne andò direttamente al suo gabinetto.

Il pretore che si presenta a fine mattinata…

Uno dei figli del Cancelliere che aveva portata la posta al Pretore tornò subito dopo in Cancelleria ed al commesso giudiziario sig. Polce disse di andare per ordine del Pretore a chiamare il Cristiano, soggiungendo che il Pretore aveva detto: Chi ha dato l’ordine al Cristiano di procedere alla vendita?!!!. Qualche istante dopo io fui chiamato  nel Gabinetto del Pretore il quale mi disse: Lei segga là e mi indicò la sedia presso la sua scrivania. E poscia: Cancelliere prenda il suo posto apriamo il verbale; chiudete la porta. Dietro di me in piedi era l’Ufficiale Giudiziario. Con questo quadro pauroso il Pretore mi disse: – Mi si riferisce che voi con la minaccia anche di denunzia abbiate indotto l’Ufficiale Giudiziario a procedere alla vendita degli oggetti pignorati in danno di Di Loreto, Iacobucci etc. Risposi che nessuna minaccia dovevo e potevo aver fatto al Cristiano il quale aveva mostrato di conoscere il suo preciso dovere. Proseguii raccontando i fatti come si erano svolti e nella maniera dianzi narrati. Egli ad un certo punto rivolgendosi al Cristiano proferì queste testuali parole: Ma allora cosa mi contate voi quando mi affermate di essere stato minacciato?

Poscia rivoltosi a me disse: Sta bene ma io deploro che dove è lei sorgono sempre degli incidenti. Al che io: curioso, non mi sono mai accorto che siano sorti altri incidenti all’infuori di questo: Lei immagina gli incidenti che avrei fatto sorgere e li nota ora soltanto. Di rimando lui: Ma insomma ci vuole del coraggio sostenere che in pendenza di una opposizione  a vendita si proceda alla vendita: è alla cognizione di tutti che la domanda di separazione sbocca necessariamente alla sospensione della vendita. Obiettai: sbocca ma la opposizione non è di per sè l’ordine di sospensione della vendita: questa per le nostre leggi deve essere pronunziata dal Magistrato. Ed egli: ma le leggi sono chiare è lei che non le vuole intendere e così dicendo trovò e lesse l’art. 647 Cod Proc Civ., che recita… Il Pretore ordina la sospensione della vendita. Io commentai: dunque il Pretore allora ordina la sospensione della vendita.

… e spicca un ordine di cattura

Il sig. Pretore si tacque e rivoltosi al Cancelliere disse: va bene facciamo la causa. Questa venne trattata, io feci le mie deduzioni e il pretore ordinò la sospensione della vendita imponendo la cauzione da prestarsi subito. L’udienza fu tolta io rispettosamente salutai e me ne tornai a casa. Senonchè alla distanza di meno di un’ora vennero in mia casa due carabinieri con l’evidente scopo di arrestarmi. La quale cosa però non fecero perché io riuscii a pormi in salvo.

Ho appreso che da tali fatti sono scaturite per volere ed imposizione del sig. Pretore due denunzie una ad opera del Cristiano e l’altra ad opera del Cancelliere Capo, e tali processi sono in corso presso il Tribunale di Sulmona. Attendo fiducioso che mi si renda giustizia e farò da parte mia tutte le denunzie che saranno del caso. Da V.S. mi riprometto l’onesto interessamento per la tutela della dignità della calsse professionale e dell’ordine Sindacale cui mi onoro di appartenere. Con perfetta osservanza e sentiti ringraziamenti. Aquila, lì 9 ottobre 1933 XI. Avv. Comm. Colajacovo Tommaso Cav. Mauriziano”

Non era certamente il pretore che andò a presiedere il Tribunale di Roma: si presentava alle 11,30 in ufficio e pretendeva pure che l’ufficiale giudiziario si caricasse del rischio di non fare una vendita che nessuno aveva sospeso (nulla di nuovo sotto il sole, quindi). Ma la posta in gioco era sempre alta, quando si trattava di amministrare giustizia. Le regole andavano rispettate e i magistrati venivano affrontati serenamente e a testa alta: il che assumeva maggior valore in una dittatura e in un contesto sociale nel quale il rapporto tra l’ordine costituito e i sudditi era autoritario. E’ possibile che lo Stato abbia rinunciato a questi luoghi di confronto spietato, ma elevato, per dare rilievo (e denaro a sacchi) alle procedure di mediazione e conciliazione, restringendo la presenza dei suoi giudici sul territorio proprio quando i cittadini pagano decine di volte in più le tasse per accedere al servizio Giustizia?

Quanto, poi, al passaggio di funzionari di grande valore professionale, proprio trenta anni fa si insediò a Pratola il dott. Natale Barbaro, che ora è il numero due dell’ufficio notifiche ed esecuzioni di Roma, notoriamente un meccanismo che funziona come un orologio svizzero e che consente, a chiunque presenti un atto entro le nove di mattina, di notificarlo in qualsiasi parte di Roma in giornata. Sono aspetti di un apparato che non si divulgano perchè non fanno notizia e che denotano come anche questi piccoli uffici giudiziari abbiano contribuito a formare l’Italia giudiziaria che funziona. 

Nella foto del titolo: l’avv. Tommaso Colajacovo; in quella in basso: un ingresso della Suprema Corte di Cassazione di Roma, al Palazzo di Giustizia di Piazza Cavour dove il dott. Milziade Venditti concluse la sua carriera da Presidente del Tribunale di Roma dopo averla intrapresa da Pretore di Pratola Peligna