L’UDIENZA E’ TOLTA

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ULTIMO VERBALE: A PRATOLA NON SI GIUDICA PIU’

26 GIUGNO 2014- Gli effetti della soppressione di tribunali e giudici di pace con la legge delega del settembre 2011, votata anche da Giovanni Legnini e da Paola Pelino, si fanno sentire sul territorio e oggi a Pratola Peligna si è svolta l’ultima udienza del giudice di pace (nella foto gli ultimi registri di un ufficio giudiziario a Pratola Peligna). Dalla firma dell’ultimo verbale in una causa civile, Pratola Peligna non pronuncerà più decisioni che abbiano valore giurisdizionale. Diverso è stato il destino dell’ufficio del Giudice di Pace di Castel di Sangro e di numerose altre cittadine in Italia, dove le amministrazioni locali si sono accollati parzialmente i costi di gestione degli uffici, al fine di non penalizzare i cittadini che per controversie di contenuto rilievo economico debbono affrontare spese e disagi.

Ma la domanda di giustizia cresce nelle società libere

Per Pratola si è sostenuto che, stante la vicinanza con Sulmona, l’esistenza di un giudice di pace non si giustificava. L’argomento è assai debole, perché la conflittualità in Italia è tale che giammai si può procedere ad una concentrazione degli uffici che esaminano e decidono, sul territorio, le cause (v.:”Per una giustizia più rapida” e “Dalla giustizia di prossimità a quella approssimativa” nella sezione GIUSTIZIA di questo sito; nella foto uno scorcio di Pratola Peligna e, sullo sfondo, di Roccacasale, da una finestra della palzzina del Giudice di Pace). Tanto è vero che, mentre si sono soppressi centinaia di uffici del giudice di pace in città che non avevano il tribunale alla data del 30 giugno 2011, si è legiferato per istituire le procedure di mediazione obbligatoria, che accrescono di molto i costi per le parti e finora hanno risolto una percentuale di contenzioso davvero irrisoria rispetto al sacrificio che si è imposto alla presenza dello Stato nella funzione del “dare giustizia”. Comunque, a non dire d’altro, la media-conciliazione è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta e solo una sommaria opera di ortopedia (che sarà ancora vagliata dalla Corte  Costituzionale) ha consentito di reintrodurla per alcune materie. La nuova legge non ha risolto nessuna problematica di quelle evidenziate dagli avvocati; è stata accolta la pressione degli imprenditori che mal sopportano i meccanismi di una giustizia veramente equilibrata e consapevole, preferendo ad essa una giustizia svolta con riti sommari che sono l’esatto opposto del lavoro richiesto dalla società ai giudici. Del resto, l’antica lotta tra la società e la sua componente imprenditoriale e commerciale ha fatto danni peggiori anche nel passato, con l’introduzione di un codice di commercio nell’Ottocento, redatto e ideato per assecondare le aspettative di speditezza; e con l’approntamento di procedure monitorie, con prove provenienti  dagli stessi imprenditori, delle quali si ha traccia anche nell’attuale codice di procedura civile, se basta una fattura, quindi un documento di per sè unilaterale, per ottenere una ingiunzione milionaria provvisoriamente esecutiva e “stendere” il malcapitato cliente o il committente di appalto.  Il “Codice di commercio” fu mandato in soffitta dopo gli enormi danni provocati alle parti e alla funzione giudiziaria. Poi gli industriali hanno sbattuto i pugni sul tavolo e sono riusciti ad avere, dettandone norma su norma, il processo societario, obbrobrio che è durato pochi anni ed è servito a confondere le idee per un po’ ad avvocati e magistrati. E siamo ad appena un decennio fa (nella foto le risme per fotocopie pronte al trasloco).

Gli industriali sbattono i pugni sul tavolo

La sommarizzazione delle procedure civili è stata invocata a gran voce da tutti coloro che pretendono di accorciare il tragitto del processo come farebbe un ferroviere che fermasse il treno in piena compagna solo perché l’orario del collegamento, previsto tabellarmente, si è compiuto. In particolare, poi, da parte loro, i giudici stanno realizzando una antica aspirazione che è quella di ridurre le sedi dei giudizi per non allontanarsi troppo da quelle più comode; non applicano i rimedi previsti da secoli per scoraggiare le liti temerarie; è frequente la delega ai giudici onorari per decidere controversie complesse (anche cause di divisione di interi patrimoni per vari milioni di euro), mentre in molti tribunali i “togati” conservano per sé (nei casi più scandalosi) le cause per lo stillicidio delle acque, le servitù prediali, le ingiunzioni, appunto, e tutto quello che fa statistica senza troppa istruttoria.

Amministrata così la Giustizia, le scorribande di gruppi di pressione (che pare abbiano avuto la parte preponderante nella introduzione della media-conciliazione e poi nella re-introduzione in seguito alle censure della Consulta) sono destinate ad ampio successo.

E le udienze si spostano nei corridoi dei tribunali

Anche sotto l’aspetto della tutela della edilizia giudiziaria e del livello di dignità nel quale si svolge la funzione giurisdizionale, è paradossale la chiusura voluta anche da Legnini e Pelino, che non hanno ripreso l’esempio di Giovanni Lolli, deputato che ha votato contro il proprio partito quando si trattava di assumere decisioni contrastanti con l’interesse dell’Aquila. Nel caso concreto, uffici moderni e funzionali, luminosi e spaziosi come quelli dei giudici di pace di Pratola (o di altri disseminati in tutta la regione) vengono chiusi mentre si lasciano senza rimedio le scene mortificanti di udienza svolte nei corridoi dei tribunali, fino a qualche tempo fa prerogativa solo degli uffici più intasati: segno evidente che l’aggiustamento è verso il basso.

Tutto questo accade mentre l’aumento della tassa per celebrare i processi civili è  stato dell’ordine del settecento per cento in dodici anni (nella foto del titolo i registri su una scrivania dell’ufficio del Giudice di Pace di  Pratola Peligna).