TERREMOTO – I diversi approcci per la prevenzione in un convegno del Rotary

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LA FAGLIA C’E’ E NON SI PUO’ NEGARE

Non c’erano politici a fornire infondate rassicurazioni e il consuntivo non è stato affatto di maniera. Stavolta si guarda alla

 realtà con l’unico atteggiamento per abbordarla: il realismo.

Brividi sulla schiena sono corsi per i molti presenti al convegno sul rischio sismico organizzato dal Rotary il 27 febbraio al cinema Pacifico, perché, per esempio, la prof. Giusy Lavecchia, docente di Geologia strutturale all’università D’Annunzio di Chieti, ha ribadito che una faglia sta come una spina nel cuore di Sulmona ed è quella del Monte Morrone. E’ vero che non si muove da circa 1900 anni, ma pure il Vesuvio non ha più avuto l’eruzione del 79 d.c.; eppure è stato allestito un piano di evacuazione (praticamente inattuabile) in tutti i comuni alle falde del capriccioso vulcano.

Quella faglia si potrebbe spezzare da un momento all’altro, senza neanche passare per i movimenti di avvertimento, i famosi precursori, sull’interpretazione dei quali pare sia stata compiuta una delle maggiori gaffe della storia riguardo al terremoto dell’Aquila di un anno fa (e nonostante l’andamento delle scosse fosse in tutto uguale a quello del 1703).  L’analisi è arrivata fino al punto di ritenere che, se un evento sismico si dovesse registrare senza alcuna segmentazione dell’ingente blocco (venti chilometri di lunghezza), i valori della scala Richter sarebbero imprecisati, mentre nell’ipotesi più favorevole si aggirerebbero intorno al settimo grado. Non sarebbe catastrofe, ma la sopravvivenza della città dipenderebbe dal tipo di costruzioni che la scossa incontrerebbe.

E qui il realismo si veste del suo aspetto più laico: niente più scongiuri, anche perché si è visto che non sono serviti nel corso dei millenni. E ogni costruzione, anche la più risalente, può essere irrobustita, come ha illustrato l’ing. Michele Tataseo, professore a contratto presso Architettura a “La Sapienza”. Occorre armare le case come si conviene ad una zona sismica. Occorre stare con le orecchie dritte (e i sensori attivi) senza precipitarsi a ripetere la cantilena che “i terremoti non si possono prevedere”, perché se questo è per buona parte vero, è altrettanto vero che, come ha affermato la prof. Lavecchia, non si può escludere che stiano per accadere: “Dopo di che sta alla scelta delle persone organizzarsi per spostarsi o per restare”.

Nella sala non è volata una mosca, anche perché non è che, cambiando relatore, potevano venire rassicurazioni serie e il moderatore prof. Antonio Mancini (anch’egli geologo) non ha potuto che proiettare una ipotesi di scossa realizzata in video, dove le onde sismiche non farebbero che riprodursi e replicarsi nella Valle Peligna circondata da montagne, invece di allontanarsi. Il moderatore può moderare fino ad un certo punto.

Un po’ quello che constatò negli anni Novanta il prof. Gaetano De Luca, responsabile della rete regionale di monitoraggio sismico in Abruzzo del Centro nazionale terremoti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, pure presente tra i relatori del convegno, nelle viscere del parcheggio di Collemaggio all’Aquila, al punto che si convinse che la sua strumentazione fosse guasta e la mandò poi negli USA per farla verificare, tanto inverosimile era la condotta del terreno e la sequenza che scaturì dal primo movimento, come aveva dichiarato in una intervista a “Onda TV” nella scorsa primavera e ci ha confermato a convegno concluso. Dall’America gli dissero che l’apparecchiatura era perfettamente funzionante e per lui le conseguenze da trarne si presentarono sconcertanti: a quel punto, può pensare anche l’inclita, da verificare era il sottosuolo dell’Aquila. Ma De Luca subì (non dall’America) una ferma censura e di quei risultati occasionali e (se si può dire) fortunosi non si fece tesoro, a nessun livello.