30 GIUGNO 2015 – Come un cavaliere che riscatta il destino di un nobile soggiogato nelle ridotte di un castello abbandonato all’oblio, Lucia Arbace va a risollevare la condizione delle bellezze di un Abruzzo misconosciuto e le inserisce nella quotidianità, al riparo dagli eccessi di un turismo di maniera e aggressivo, oltre che superficiale. La quotidianità, per San Pietro ad Oratorium, era la messa celebrata ogni giorno, più volte al giorno, non per festeggiare e ricordare il passaggio di Re Desiderio (che pure viene evocato addirittura nel portale romanico), ma per dare gloria al Signore, secondo la predisposizione e la destinazione di un luogo sacro.
Così, in un qualsiasi lunedì di una settimana qualsiasi, a mezzogiorno, quando il “Sator” cessava dall’”Opera” e dalle “Rotas” che gli servivano per il suo millenario lavoro (nella foto del titolo il “quadrato magico” sulla facciata di San Pietro ad oratorio), Arbace, ormai direttrice del Polo museale abruzzese, cioè di tutto quello che è bene artistico, ha allestito un evento vicino al rompicapo per antonomasia, cioè a quel quadrato magico che incrocia le parole di una antica preghiera al Signore, oppure di un passa parola iniziatico (tra l’altro, per un tocco finale di complicazione, incastonato anche al contrario nella facciata, come mostra la foto). Sator, che si legge anche rotas; arepo, che si legge anche opera; tenet, che si legge anche… tenet. Tutto un incrocio, che aspetta solo che qualcuno ritrovi la chiave di lettura autentica, studiata non in questo incantevole angolo vicino alle acque del Tirino, ma chissà dove, come chissà perchè è arrivata una pietra della casa dei Vettii , a Pompei, sulla facciata di una chiesa cristiana. Ma stanno lì, il quadrato e la pietra dei Vettii, a pochi metri dal volto ieratico di San Vincenzo, cui è intitolato il complesso di chiese alla sorgente del Volturno e che arrivava fin qui con le sue dominazioni.
Nel programma anche “Le pietre che cantano” per rendere meno asciutta la Messa; e, poi, perché la musica può essere anche una preghiera, se non è buttata lì per fare da riempitivo.






