DALLE LACRIME L’ATTO DI ACCUSA CHE NON GLI DA’ SCAMPO
22 LUGLIO 2013 – Ancora spunti di attualità e quasi di cronaca nella poesia di Ovidio, che negli “Amores” si imbatte nel tema della violenza sulle donne e se ne dichiara protagonista; beninteso, di qualche schiaffo che sconvolge la capigliatura, non certo dei colpi da macellaio dei quali riferiscono oggi i media. Sinceramente pentito, egli giunge a dipingersi come essere spregevole, capace di vincere una battaglia che non merita alcun trionfo. Senza l’aiuto degli spot televisivi (che in questi mesi stanno martellando pure coloro che dalle donne ricevono botte, insulti e corna), riconsidera il motivo che lo ha portato all’eccesso; e non si giustifica, ma esalta la figura della donna che pone allo stesso livello degli dei (perfino contro di loro si sarebbe scagliato in quel momento di ira). Il Sulmonese subisce la pena peggiore nel turbine della sua coscienza, perchè il suo senso morale, seppure tardivamente, gli fa percepire come anche solo il silenzioso pianto della donna è un atto di accusa al quale non riesce a sottrarsi. Nessun alibi, quindi, per i molti energumeni, insensibili e vili che, con stabile frequenza e crescente statistica dei giorni nostri, sfogano le loro frustrazioni sulla compagna di vita; da loro, tra l’altro, non può scaturire nessuna poesia perchè sono solo abietti.
Apre proprio con la richiesta (ad un amico) di un provvedimento drastico pur di non ripetere un atto così ignominioso:
“ Ora che il mio furore tutto svanisce mettimi alle mani
meritate catene se vuoi essermi amico.
Fu quel furore a muovere contro l’amata le insensate braccia
e piange la mia donna da folle mano offesa.
Sarei stato violento anche contro i diletti genitori
oppure avrei colpito con forza i santi déi”.
Attingendo alla mitologia, eleva attimo dopo attimo la figura di quella persona che resta dignitosa dopo aver subito la violenza dei suoi colpi insensati e soprattutto ingiusti perchè rivolti verso chi non avrebbe mai a sua volta usato violenza e rimaneva comunque bella:
“Ma neppure la chioma sconvolta la imbruttiva”.
“Chi non avrebbe detto che ero un barbaro, un folle? Ma lei nulla,
spaventata, la lingua oppressa dal timore
esprimeva rimprovero il volto silenzioso, e tuttavia
anche senza parlare piangendo mi accusava.
Magari mi si fossero dissociate le braccia dalle spalle,
magari io di quelle fossi rimasto privo!
Contro di me ho speso dissennato vigore e la mia forza
fu capace soltanto di punire me stesso”.
Vorrebbe distinguersi e separarsi dalle sue stesse mani:
“Che ho a che fare con voi, ministre della strage e del delitto?
Offritevi, sacrileghe mani alle catene.
Se io avessi percosso tra i cittadini l’ultimo, sarei
punito. E su di lei avrò maggior diritto?
Lasciò dei suoi misfatti il Tidide terribili memorie,
egli una dea per primo percosse, io fui il secondo.
Ma in lui meno di colpa, che fu crudele con una nemica.
Io ho colpito la donna che dicevo di amare.
Vai ora a celebrare da vincitore splendidi trionfi,
quindi, cinto di lauro, sciogli a Giove i voti
e ti acclami la turba che scortandoti seguirà il tuo carro
perchè ha vinto una donna il potente guerriero.
E, triste prigioniera, lei ti preceda con le chiome sciolte,
pallidissima tutta tranne le guance offese.
Meglio se avesse avuto lividi impressile dalle tue labbra
E sul collo le tracce dei tuoi morsi lascivi.
E infine anche se al modo di torrente in piena ero infuriato
e ormai preda dell’ira che accieca, non bastava
forse con le mie urla aggredire la timida fanciulla
troppo dure minacce contro di lei tuonando
o vergognosamente dall’orlo superiore lacerarle
la tunica fin dove la cintura l’avrebbe
protetta? Io riuscii a strapparle perfino sulla fronte
i capelli, e a graffiarle, spietato, il dolce viso.
Ella rimase immobile, smarrita, senza sangue il bianco volto
come marmo tagliato da giogaie di Paro,
vidi il suo corpo esanime, vidi tremare le sue membra come
allora che le chiome dei pioppi muove il vento
o vibra al dolce Zefiro una gracile canna o si corruga
al tepore di Noto l’onda alla superficie.
Lacrime trattenute a lungo si diffusero sul volto
come l’acqua che cola dalla neve sul suolo.
A sentirmi colpevole io solamente allora cominciai,
sangue erano le lacrime che lei versava, il mio.
Infine avrei voluto ai suoi piedi gettarmi per tre volte,
tre volte lei respinse le temute mie mani.
E tu non esitare, giacchè a tale vendetta il tuo dolore
diminuirà, a graffiarmi il volto con le unghie,
non risparmiarmi gli occhi non risparmiare neppure i capelli
perchè l’ira dà forza anche a deboli mani
e affinchè indegne tracce non restino del grave mio misfatto
rendi alle tue chiome la loro acconciatura”.
(L’elegia si trova intera in “Amores” nella sezione POESIA di questo sito)






