VERSO IL CENTENARIO DELLA “BANCA DI PRATOLA” – MOVIMENTO DI SOLIDARIETA’ PER TEMPERARE IL CAPITALISMO

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25 LUGLIO 2019 – Sui temi della evoluzione delle Casse Rurali dall’inizio del XX secolo alla fondazione della banca di Pratola riportiamo questo colloquio con il Dott. Tommaso Colaiacovo, che per oltre trenta anni ha fatto parte della Federazione italiana delle Casse Rurali e delle Banche di Credito Cooperativo ed è autore di uno studio che abbraccia tutto il contesto storico nel quale si diffusero le “Casse rurali” di ispirazione cattolica

Perché si sviluppò il movimento cooperativo e perché proprio alla fine del XIX secolo?

“Le cooperative nacquero come reazione al movimento capitalistico, ma si svilupparono dove erano diffusi principi morali saldi. I primi pensatori della cooperazione traevano da tali principi quella forza di carattere, quell’energia che reagiva all’apatia che spesso colpiva i lavoratori e li minava nella loro stabilità morale”.

Sorgono così i tentativi di costruire una alternativa al rapporto, a volta assolutistico e violento, tra capitale e forza lavoro, che nell’impiego del denaro si traduce tra poli finanziari o risparmiatori, da una parte, e, dall’altra, i fruitori delle risorse monetarie per impiegarle negli usi economici.

“E’ certo che il movimento cooperativo rientra in quel vasto moto di liberazione delle classi più umili, marginalizzate dallo sviluppo capitalistico, che ha investito dal basso tutte le strutture dello Stato italiano fin dall’età giolittiana. Un movimento storico, dunque, le cui finalità sorgono da migliaia di società, che rispecchiano le aspirazioni di milioni di soci, la cui evoluzione, qualunque sia la sua incidenza, ha contribuito a determinare la complessa realtà storica dell’Italia, ma dalla quale è stato, a sua volta determinato. La cooperazione ambì, quasi da subito, a divenire un sistema economico diverso da quello capitalistico. Nella cultura economica dei cattolici come dei socialisti (che erano ambedue i movimenti popolari per loro natura più portati a comprendere le necessità della popolazione) era sufficientemente radicata questa opinione; sicuramente conquistò i più alti dirigenti dei due movimenti”.

Fu un fenomeno italiano?

“Alla cooperativa del credito in agricoltura è legato il nome di Raiffesein, il quale nel 1849 diede vita a Flammersfeld alla prima associazione di questo tipo. L’unico requisito che era richiesto per entrare nella cooperativa era di essere persone “probe” a giudizio di uno speciale comitato. Questo principio veramente innovativo costituì in seguito la base per l’esercizio del credito fiduciario per il quale era indispensabile la conoscenza diretta delle persone. E Raiffeisen sostenne, perciò, la necessità di istituire delle cooperative di modeste dimensioni, non più grandi di una parrocchia. Tale ambito diventò statutario tutte le volte che si doveva creare una cooperativa, sia in Italia che all’estero. Per superare la difficoltà dovuta al fatto che le richieste di prelevamento di denaro avvenivano tutte contemporaneamente al momento della semina, così come i depositi di risparmi si concentravano all’epoca del raccolto, Raiffeisen unì tutte le cooperative di credito dando origine ad una banca centrale. Aspirazione di Raiffeisen era quella di costituire una banca cooperativa nazionale, nella quale erano consorziate tutte le cooperative agricole, ma fu ostacolato dalla mancanza di una legge, in quanto tutte le banche dovevano essere costituite per legge. Per aggirare l’ostacolo Raiffeisen istituì una società anonima denominata “Cassa centrale agricola di prestiti””.

Come si rapportarono le forze politiche al sorgere delle Casse rurali?

“In Italia i socialisti in un primo tempo non appoggiarono l’idea cooperativa, in quanto paragonavano i cooperatori ai capitalisti e quindi la cooperativa era un mezzo per sfruttare gli operai. Ma la diffusione della cooperativa li portò a un ripensamento perché videro in essa la possibilità di agire sulle masse. All’inizio gli ideali del movimento cooperativo italiano subirono l’influsso del pensiero tedesco, ma presto si vennero a formare diversificazioni dovute alla esigenza di maggiore adeguamento alle condizioni economiche del Paese. Il titolo di “Padre della Cooperazione italiana” fu attribuito a Luigi Luzzatti. Uomo di profondi sentimenti morali, vedeva nella cooperazione il modo di metterli in pratica. Per lui la libertà, il progresso, la morale, la solidarietà e l’economia si fondevano nella cooperazione: “Le cooperative devono curare il dividendo morale di cui quello materiale è occasione e pretesto”. Come uomo di governo (fu più volte ministro del Tesoro, dell’Agricoltura nel 1909 e infine Presidente del Consiglio nel 1910-11) cercò di tradurre in pratica i suoi principi. Si occupò di varie forme di cooperazione, ma quella di credito lo interessò più vivamente”.

In quale paese fu istituita la prima Cassa Rurale?

“Leone Wollemborg istituì la prima cassa rurale a Loreggia (in provincia di Padova) nel 1883. Sostenne l’opportunità che i soci non fossero solo operatori agricoli, ma “chiunque senta anelito alla fratellanza”. Nelle sue cooperative non si faceva nessuna distinzione ideologica, tanto che egli, israelita, volle fra i primi soci il parroco di Loreggia. In realtà la cassa rurale introdotta da lui in Italia si diffuse soprattutto per opera del clero, ed ebbe nel maggior numero di casi carattere quasi confessionale”.

Su quali linee si sviluppò il movimento?

Propagandista e organizzatore delle Casse rurali cattoliche fu Don Luigi Cerutti, sacerdote veneto. Entusiasta delle Casse rurali Raiffeisen, don Cerutti fin dal tempo del congresso di Vicenza (14-17 settembre 1891) aveva sostenuto la opportunità che i cattolici se ne facessero promotori, tramite un volantino che, stampato a sue spese, distribuì ai congressisti. Spiegava le tristi condizioni dei contadini che per il momento parevano dimenticati perché si dava più importanza alla questione operaia. Con molto calore, don Cerutti proponeva come soluzione a tutti i soprusi l’istituzione delle Casse rurali di prestito. Dopo averne illustrato la nascita e lo sviluppo, parlava dei facili vantaggi che esse offrivano. Spiegava che il capitale della Cassa era dei soci che ne erano direttamente responsabili; la garanzia consisteva nel fatto che la Cassa non avendo scopo di lucro non avrebbe potuto fallire: “Perché un socio abbia un prestito deve offrire in garanzia animali, strumenti rurali, oppure un avallo. Inoltre deve dichiarare lo scopo del prestito e una commissione di sindacato invigila se l’impiego del prestito è conforme alla domanda. Si aggiunga che le cambiali si rinnovano ogni trimestre e siccome, per la responsabilità di tutti i soci, tutti sorvegliano i prestiti dei propri compagni per timore di dovere pagare per loro, ad ogni trimestre può la presidenza ritirare il prestito concesso. La esperienza ha dimostrato la fedeltà dei soci nel soddisfare il prestito avuto: di più di 150 prestiti concessi, neppure uno alla scadenza mancò di comparire”.

Quale fu la posizione della Chiesa?

“L’incoraggiamento a don Cerutti venne proprio dal Papa Leone XIII che, tramite una lettera del 10 marzo 1894 per il cardinale Rampolla, si compiaceva “che l’istituzione vada diffondendosi non solo nelle campagne dell’alta Italia, ma che Ella spera una uguale diffusione anche nella Sicilia” e “benedice sì Lei, come tutti coloro che in qualsiasi modo vi coopereranno”. La Cassa rurale diede un contributo positivo alla lotta contro lo strozzinaggio imperversante nelle campagne”

 

In che contesto si inserì la fondazione della Cassa Rurale di Pratola?

“Il 31 dicembre 1918 le Casse rurali risultarono essere 1244 enti con 151.000 socie e disponevano di un patrimonio di 4.639.555 lire. Quando il 4 luglio 1919 fu creata la Confederazione Cooperative Italiana che univa le Cooperative di consumo, Cooperative di Lavoro, Unioni agricole, vi aderì anche la Federazione Cooperative Casse Rurali. L’imponenza dell’organismo fece sì che i rappresentanti fossero invitati dagli organismi consultivi dello Stato in parità coi rappresentanti della Lega, fino a quel momento ritenuti gli unici a trattare col governo. A poco a poco il movimento perse il suo carattere confessionale, ma rimase legato agli ideali cristiani”

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