VERSO IL CENTENARIO DELLA “BANCA DI PRATOLA” – LA PICCOLA ATTACCANTE CHE VINSE ENTRANDO A GAMBATESA

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IL SALONE DELLA “VIGILANZA” AD AQUILA, LA FONDAZIONE DELLA FEDERAZIONE E IL RICORDO DEGLI ASSALTI NEL FANGO: COME E’ CRESCIUTA LA CASSA RURALE

24 LUGLIO 2019 – Per un sulmonese è meglio vivere dall’esterno le vicende essenziali della Cassa Rurale di Pratola, ora Banca di Credito Cooperativo. E anche per un familiare del presidente era meglio non intrufolarsi troppo. E’ una creatura che vive nella realtà di Pratola: qui si è formata, qui ha prosperato, anche nei periodi nei quali la banca di Sulmona stentava a festeggiare il suo, di centenario. Quanto ai legami di sangue, è sempre consigliabile tenerli fuori, perché causano solo pasticci, per tutto l’investimento emotivo che non fa mai rima con l’amministrazione del denaro e con la concessione dei mutui.

E quando arrivano i rapinatori?

Il massimo della vicinanza con il presidente degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta l’ho avuto nelle attese nel salone della Banca d’Italia dell’Aquila, dopo il viaggio che portava il presidente e il direttore Carapellucci a fare i conti con il Direttore dell’Istituto di vigilanza e a chiedere sempre nuove autorizzazioni per le operazioni bancarie. Quando si hanno dieci anni non si riesce a comprendere perché in tanti facciano la fila per portare soldi agli sportelli, invece di prenderli magari con la pistola in pugno, e così, dopo un po’, nel salone mi immergevo nella lettura di Topolino, per le lunghe ore fino alla ripartenza per il pranzo. Solo una volta riuscii a vedere qualcosa di meglio: il mammut al castello spagnolo. Che poi non voleva dire molto distaccarsi dal format e dall’aplomb delle autorità di vigilanza.

Aquila era bella ed elegante, con i suoi portici lunghi ed affollati; dava la sensazione di trascinarsi tutta la provincia nella sua vitalità, fatta di pendolari e di impiegati che venivano anche da Sulmona. E qualcuno anche da Pratola; anzi mi sembra proprio, tra questi, il custode del mammut al castello e un usciere di quello vicino al duomo.

Dalla mimetica al doppio petto

C’è un prima e un dopo nelle visite alla Banca d’Italia dell’Aquila. Quelle di prima del cinquantenario della Cassa Rurale e quelle di dopo. Il direttore di allora era un personaggio nella penombra, direi anche sconosciuto o soltanto abbozzato. Poi, una decina di anni fa, vi ho ritrovato il compagno di camerata del corso di allievo ufficiale di complemento della Guardia di Finanza, con il quale, prima di andare a tentare gli assalti nel fango di Pian di Spilli in provincia di Viterbo, si parlava di politica internazionale; o, meglio, ascoltavo il condensato di articoli che lui divorava perché covava il fuoco sacro dell’analisi. Dieci giorni volati via come un soffio, comprese le notti nelle quali dovevamo mettere i letti e i tavoli in sequenza dalla porta alla finestra per impedire che i buontemponi che non parlavano di geopolitica internazionale venissero a fare irruzione per devastare, come in tutte le altre camerate.

Luigi Bettoni me lo ritrovai nel 2009 direttore della Filiale di L’Aquila della Banca d’Italia e gli chiesi subito se la BCC godesse di buona salute oppure se fosse destinata ad accorpamenti vari per nascondere le difficoltà del momento. “E’ una banca che ha i conti in regola” mi disse e bastò più di ogni descrizione dei quadranti del sud est asiatico che aveva fatto nell’acquartieramento di Cesano Romano, come dire, al modo del Virgilio di Dante: “E più non dimandare”.

Un calendario della Cassa Rurale degli anni Sessanta

Fu un sollievo perchè sulla Cassa Rurale avevano sperato persone di assoluta concretezza, di quelle che mettono da parte lira su lira senza contare su nessun aiuto di Stato e senza fare affidamento su nessuna forma di previdenza sociale; tanto che la formula “a responsabilità illimitata” era l’argomento per convincere la clientela a depositare risparmi sudati. Quando la Cassa Rurale stampava (nella tipografia Ars Grafica Vivarelli, per sostenere le imprese locali) i calendari degli anni Sessanta, i soci rispondevano con tutto il loro patrimonio per le obbligazioni sociali. Partecipando alle riunioni assembleari che si tenevano nell’attuale salone del consiglio di amministrazione, in quegli anni nei quali i soci erano 150 o giù di lì, non ero del tutto sicuro che si rendessero conto di quanto rischiassero. Ma siccome con loro rischiava pure “Don Guido”…

Democrazia vigilata…

C’era un modo formidabile per dare serenità ad agricoltori e artigiani: la lista quasi bloccata, nel senso che i nomi dei candidati graditi all’establishment erano prestampati; seguivano alcune linee nelle quali si potevano esprimere preferenze per candidati “spuri”. Libertà formale era garantita, ma nella sostanza la base sociale si rifaceva alle indicazioni presidenziali (nella foto del titolo una scheda). Tanta democrazia non era richiesta e forse un po’ disturbava pure; sempre meglio, comunque, del mercato delle deleghe che è costato un rinvio a giudizio per gli amministratori della BCC di Cappelle sul Tavo.

Nell’età di mezzo, tra le visite al mammut del castello e l’accoglienza amicale di Luigi Bettoni, ci furono i lunghi viaggi per costituire la Federazione abruzzese e molisana della Casse Rurali: per esempio in Molise, a Gambatesa, dove si poteva entrare anche senza commettere fallo, per convincere direttori e presidenti ad aderire a questo super-organismo regionale, quando però per l’accompagnatore le ore non passavano neanche in un salone con le casse e gli sportelli dalle strane pratiche finanziarie, ma addirittura in un abitacolo di autovettura; fu un lavoro di diplomazia sottile del presidente e del nuovo direttore, Enea Margiotta.

…ma con risultati irripetibili

Ma fu un lavoro che portò la sede della federazione proprio a Pratola Peligna. Una apoteosi per la tradizione della “Cassa Rurale”; una esperienza che ha talmente radicato la banca al suo territorio che fino ad oggi l’unica banca della provincia dell’Aquila è appunto la banca di Pratola Peligna.

Vista dall’esterno, cioè da un sulmonese ancorchè figlio di un presidente che fu (per trentasette anni), questa piccola, grande macchina per dare mutui ha funzionato bene, al punto che non si sa se sia stata la comunità pratolana a conservarla o se la banca abbia conservato alla comunità pratolana quel pizzico di ottimismo che serve per coltivare i campi e attrezzare le imprese.

L’avv. Guido Colaiacovo in un evento della Federazione abruzzese e molisana delle Casse Rurali ed Aritigiane a Pratola il 6 maggio 1978. A destra l’avv. Fidelibus di Atessa
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