VOGLIAMO LA FACCIA DI CIAMPI AL POSTO DI QUELLA DI OVIDIO

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CELEBRAZIONI UN PO’ SU DI TONO MENTRE SI DIMENTICANO GLI EROI DI GUERRA.

28 SETTEMBRE 2014 – Qualche ora per capire ce la siamo concessa.

Ma, ciò nonostante, ci sfugge ancora il significato delle celebrazioni in pompa magna, venerdì scorso, per Carlo Azelio Ciampi: al teatro, per le strade, a Scanno. Dunque, se abbiamo capito bene, si trattava di questo: soldato italiano, Ciampi nel 1943 si trovò nella condizione di molti soldati che non avevano ordini precisi e che, comunque, si dovevano ricongiungere con i nuovi alleati, oltre la Majella. Per questo Ciampi si avviò. E si trovò a passare a Sulmona, dove fu ospitato da una famiglia in una dignitosa casa dietro al piazzale dove adesso sta l’ufficio postale; poi analoga ospitalità ricevette da una famiglia di Scanno. Insomma, ha fatto quello che tutti avremmo tentato di fare: legittimamente ha cercato di mettersi in salvo e di obbedire ai nuovi ordini.

Il diritto di mettersi in salvo e il dovere del martirio

 Orbene, se tutti quelli che hanno fatto questo nel 1943 meritassero una lapide, avremmo città puntellate di altisonanti frasi di commemorazione. Se dovessimo celebrare in teatro quelli che si mettono in salvo durante la guerra, su Filippo Freda che donò i suoi vent’anni alla guerra d’Africa dovremmo tenere impegnata la platea per qualche anno, per impedire che le nuove generazioni (alle quali con toni roboanti si rivolgono sempre gli anziani) dimentichino i Sulmonesi che hanno dato la vita, non per il tempo del servizio militare, ma per sempre. Il corteo che dal teatro ha raggiunto la zona della Posta si è poi diretto a Scanno. Magari avrebbe potuto fare una puntatina a Roccaraso, al sacrario dei caduti che sono rimasti senza sepoltura: sempre giovani erano e sempre ai giovani parla il loro esempio.

Ma se proprio non vogliamo metterla sullo sciovinismo patriottico, il nucleo della celebrazione avrebbe dovuto riguardare la famiglia ospitante, oppure, visto che proprio si subiva il fascino delle lapidi, un tragitto breve sarebbe stato quello all’Abbazia celestiniana, dove in lapide sono raccontate le storie di pastori fucilati perché ad Anversa avevano disobbedito inconsapevolmente (bello questo ossimoro, ma a loro l’ossimoro è costato la vita) alle belve tedesche ed avevano dato riparo a stranieri: quando uno di loro al prete che andava a raccogliere l’ultima confessione disse che così gli aveva insegnato Gesù Cristo, il prete non ebbe risposta (v. “Per Michele Del greco l’obbedienza non era più una virtù” nella sezione “Vivere in Santo Spirito” di questo sito).

Il precedente degli Inglesi

Negli anni Settanta il “Club 78” (dal numero del campo di prigionia di Fonte d’Amore e composto di reduci inglesi) si riuniva per ricordare l’eroismo delle famiglie di Sulmona e della Valle Peligna nel nascondere i soldati che uscirono da quel campo all’indomani dell’8 settembre. Magari si poteva rispolverare la tradizione con gli eredi dei soldati e con gli eredi degli ospiti, farne un simbolo dell’Europa che è risorta dalle macerie.

Dunque, modi e motivi per celebrare gli episodi della guerra, le grandi persone c’erano. Invece è sembrato che si sia voluto celebrare solo Ciampi. Insomma, non abbiamo una lapide per il passaggio di San Pietro Celestino e ce l’abbiamo per il soggiorno di Ciampi; Leonardo da Vinci, per il quale abbiamo proposto una campagna di stampa visto che è stato a Sulmona nell’estate del 1498, potrebbe essere meno conosciuto di Ciampi se dovessimo dar retta alle lapidi per la città. E il bello è che per ospitare questa celebrazione abbiamo dovuto anche ospitare Giuliano Amato che nel luglio 1992 sottrasse agli Italiani il sei per mille dei depositi bancari, senza avviso e senza chiedere scusa. E’ uno dei maggiori contribuenti italiani, ma ci sembra che lo sia per aver indubbiamente contribuito ad accrescere la sfiducia dei cittadini verso i metodi del governo: uno magari aveva venduto un appartamento il giorno prima e teneva l’incasso in un conto corrente in attesa di impiegarlo e zac, si ritrovò con il 6 per mille di meno, come se quel trasferimento fosse stato indice di capacità contributiva maggiore rispetto alla posizione di un altro che l’appartamento non l’aveva venduto. Bel rispetto dell’art. 53 della Costituzione che adesso Amato ci insegna dal Palazzo della Consulta: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

Il Papa che non può metterci la faccia

 Poi sia chiara una cosa: dopo che gli aquilani hanno cambiato la faccia alla statua di Celestino V apponendovi la maschera mortuaria del Cardinale Confalonieri perché aveva beneficiato la loro città, il Sindaco dovrebbe proporre una ottima riforma: possiamo pure mettere la faccia di Ciampi, di Amato, potremmo pensare pure a Legnini, al posto di quella di Ovidio solo se ci forniscono il curriculum delle cose fatte per Sulmona. Adesso stiamo a zero per tutti (e per qualcuno pure sotto zero), domani si vedrà.

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