RISCHIOSA PERFORMANCE TRA ARTE E POLITICA PER IL RITORNO DI D’ANNUNZIO A PESCARA
8 SETTEMBRE 2019 – Gabriele D’Annunzio è tornato a Pescara, accogliendo l’invito di Comune e Regione che lo hanno festeggiato per il centenario della impresa di Fiume, l’avventura politica e sociale che il pescarese di…Gardone considerava una sua figlia. Il programma di manifestazioni per questa settimana multimediale dal tema pluri-biografico del Vate (l’uomo d’arme, il letterato, il consigliere non ascoltato di Mussolini, il coniatore di vocaboli che avrebbero attraversato l’Italiano fino ai giorni nostri) ha proposto ieri sera, all’Aurum di Pescara, uno spettacolo di Edoardo Silos Labini e si snoderà fino a venerdì vicino ai luoghi della fanciullezza del poeta.
Certo è difficile inquadrare questa fatica teatrale nel contesto storico nel quale si svolse, se il consigliere regionale Lorenzo Sospiri la introduce parlandone di un dopo-guerra, ma non di un dopo-guerra qualunque, quanto della fine della “guerra civile europea”.
Se si va a ritroso dal 1919 di Fiume, questa guerra civile europea dovrebbe essere quella che i libri di storia chiamano ancora prima guerra mondiale e che i Savoia descrissero come quarta guerra di indipendenza. Sospiri va oltre e usa termini che altri non avrebbero osato; è il primo dannunziano della serata a farsi avanti con sprezzo del pericolo. “Memento audere semper”, quel MAS che per D’Annunzio non significava solo “motoscafo armato silurante”, ma, appunto, un comandamento per i più intrepidi: ricorda di osare sempre. Parlare di guerra civile di un conflitto tra imperi lontani e radicalmente diversi vuol dire avvicinarsi agli incrociatori nemici, quelli che difendono il buon senso prima ancora del nozionismo, più che nella stessa “beffa di Buccari” che portò a D’Annunzio le prime simpatie dei combattenti.
In una recente analisi della dolorosa decadenza della Destra in Italia, ci siamo spinti ad inquadrare nel concetto di guerra civile la mattanza dal 1943 al 1945 in Italia, ingiustificata e poi ignorata; ma c’è sempre un momento per essere superati, a Destra evidentemente. Forse Sospiri voleva dire che la guerra 1914-1918 fu un conflitto che contrappose gli europei; ma usare il concetto di Europa per una analisi del periodo nel quale ancora non esisteva neppure come aspirazione imperiale nazista vuol dire parlare di Stati Uniti ai tempi di Colombo.

Forse lo spettacolo era scritto per lui e D’Annunzio è stato solo l’occasione. Bel modo di festeggiare un ritorno a Pescara
Più prudente il sindaco Masci e più prudente il pubblico che un applauso freddo l’ha concesso perché poteva parere brutto non premiare tanta esaltazione in un contesto dannunziano, soprattutto se ad aleggiare era lo spirito del Vate di ritorno da Gardone ed accolto con un commovente “bentornato!”. Bisognava cancellare l’oblio “di cinque anni”, come si è sostenuto dal palco con chiara allusione a quello che non aveva fatto il sindaco Alessandrini; in realtà andava detto che D’Annunzio è stato preso sempre con le molle dalla politica, per l’aria di superiorità che manteneva sempre nei confronti dei politici, in particolare di quelli ignoranti.
Lo spettacolo per quello che ha presentato di godibile è stato un collage di pezzi presi evidentemente da altre esibizioni non-dannunziane (che, considerata la pirotecnica produzione del Vate, sono ben poche), come diverse canzoni napoletane. Ed è trasceso nel cattivo gusto di aggiungere delle chiose, in chiave attualizzante, della “Carta del Carnaro”, costituzione futurista (in senso stretto) nella quale D’Annunzio versò il suo genio di uomo ormai maturo e conoscitore del momento che attraversava l’Italia: al principio della inviolabilità di un “ubi consistam” dell’individuo, di un domicilio, il testo non ha resistito alla invocazione “ah, Matteo, cento anni prima…!”; oppure alla lettura del limite di tre anni per il mandato agli amministratori dal palco è scattato un generoso: “altro che i grillini”. E qui si è capito che questo spettacolo è stato scritto prima della martellata all’inguine che si è assestata il Capitano giusto un mese fa, quando tra gli artisti folleggiava il mito del nascente superuomo e si abbondava anche nella maramaldesca inclinazione a svillaneggiare Benito Mussolini per compensare e mettersi al riparo dalle accuse di filo-fascismo. E rifare un copione per scrivere qualcosa di sapido sulla Reggenza del Carnaro quando la Regione ha già stanziato 200.000 euro per tutto l’ambaradan di questo ritorno è cosa che sarebbe stata facile solo per D’Annunzio.
Del Vate, appunto, durante il viaggio di ritorno, abbiamo portato il ricordo delle parole che scrisse a proposito dei suoi viaggi a Sulmona e ad Anversa, quel suo sentirsi, con Ovidio, “figlio della stessa terra irrigua” che forma il Pescara delle sue “Novelle” e della sua vita prima di Buccari e Fiume e Gardone. Lui che di “Cabiria” scrisse che era una “boiata” e che avrebbe preferito scrivere un film sulle Metamorfosi di Ovidio, cosa avrebbe scritto di questo “saluto di bentornato” così… organico, di questo… osare troppo, più che nell’arte della lingua, in quella del lecchinaggio? lui che al Duce che lo salutava con il riferimento alle sue imprese di aviatore con un “Salve! O alato fante”, avrebbe risposto al bersagliere d’Italia : “Salute a te, o lesto fante” e, indicando i gerarchi: “Fur fanti anch’essi?” cosa avrebbe pensato dell’intellettuale organico del Terzo Millennio? E alle porte di Sulmona le baldanzose aspettative dell’andata erano già cupi…Sospiri.






