L’AGLIO MIGLIORE AL MONDO NELLE TERRE RICCHE DI FRESCHE ACQUE

601

BATTAGLIE E CONFORMISMI PER ARRICCHIRE GLI SPECULATORI

18 AGOSTO 2016 – “Acque fresche che scorrono gorgogliando / Patria di tanti uomini belli e di belle donne / dove cresce un aglio famoso in tutto il mondo”. Non traggano in inganno queste parole: non sono la descrizione della “ricca terra peligna”, anche se sembra di leggere la traduzione delle “gelidis undis” dell’ Ovidio dei “Tristia”.

E non sono neppure parole a vanvera: aprono un libro stupendo, per il quale Mo Yan nel 2012 ha vinto il Premio Nobel della Letteratura. Un libro coraggioso che, con la sapiente traduzione di Masci, è arrivato a creare il mal di pancia nei pochi che ancora credono alle esaltazioni della svolta maoista. “E’ morto il grande Mao” titolava ancora nel 1976 la “Repubblica”: grande per sentito dire. Oppure per chi si compiaceva di non aver visto.

Portano diritto a Tienanmen gli episodi di questa continua sopraffazione dei contadini; sebbene della strage notturna di Pechino non scrive Mo Yan, sembra che il parallelo dell’attacco del palazzo del Comitato di Tiantang (nome fantasioso che sta per “Paradiso”) sia palpabile e reale. Tutto il destino di queste pagine e dei contadini in esse descritti è legato alla coltivazione e alla mancata vendita dell’aglio; alle sconfitte di chi non anelava neppure alla libertà e alla pari dignità, per non esservi stato abituato da generazioni e da millenni. Si chiama (e sembrerebbe di dover dire che non potrebbe chiamarsi diversamente) “Le canzoni dell’aglio”. Ed è incredibile come gli speculatori dell’aglio nel regime comunista siano gli stessi figuri di chi specula sul mercanteggiamento dei prodotti dell’agricoltura adesso e sotto il cielo della decantata tutela dei diritti umani; basti pensare a quello che accade quest’anno per il grano, che agricoltori italiani vendono per ricavare appena il costo delle componenti della produzione, senza alcun guadagno e solo con la speranza di vendere meglio l’anno dopo. Ma basterebbe anche chiedersi quanto viene pagato al contadino l’aglio rosso…

C’è una bellissima storia d’amore in queste dolorosissime pagine: di quelle storie che, con più eleganza, incantavano i popoli di età diverse, su su fino a raggiungere i miti classici e su ancora fino allo stupore per le storie di chi lavorava alle piramidi. Se c’è un linguaggio internazionale e diacronico sarà certamente quello che ha mosso lo stilo di Ovidio e, senza le stesse pretese, quello di Mo Yan, che è più crudo; anzi che è crudo in eccesso, come tutte le cose cinesi, come molti degli abitanti della Cina incrudeliti da inenarrabili violenze. Ci prova Mo Yan a tratteggiare la spietatezza del potere attraverso la costrizione del commercio dell’aglio; ma pure lui si ferma quando dovrebbe raccontare cosa è successo nella notte del 4 giugno 1989 a Pechino, quanti studenti sono morti sotto i carri armati. Si sveste dei panni del cronista che aveva descritto il suicidio di una imminente madre sopraffatta dai soprusi, che prima di impiccarsi recita una autentica poesia al figlio frutto di quella stupenda storia d’amore, per dirgli che non vale la pena di venire al mondo.  E il suo innamorato Gao Ma l’aveva amata più di quanto amino i personaggi dei miti classici.

Fa del suo meglio, il Nobel Mo Yan, per non essere più cronista e per spiegare perché un popolo si lascia sopraffare: ma non ci riesce, perché se gli intellettuali ne avessero avuto la capacità, Tienanmen non sarebbe diventata un lager e sarebbe rimasta la “porta del paradiso”. Il “no” alla sopraffazione e al conformismo, sembra dire con le sue “Canzoni dell’aglio”, non deve venire da uno o da cento, ma da tutti, se avessero l’intelligenza di capire che i burocrati di partito, come il re, sono nudi.

Please follow and like us: