“PURCHE’ LA MORTE CI TROVI VIVI”

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INCONTRO CON DACIA MARAINI AL PARCO NAZIONALE

22 SETTEMBRE 2012 – Un sindaco del Parco, in una giornata d’autunno, si improvvisa intervistatore e chiede a Dacia Maraini quale sia la morte che si aspetta e che vorrebbe fare.

Non lo ha fatto per strada, beninteso, anche se non è difficile incontrare la scrittrice lungo le strade del Parco, in particolare tra Pescasseroli, Opi e Gioia Vecchio. Lo ha fatto Massimo Scura di Alfedena in una conferenza nella quale Dacia Maraini affrontava, senza scaramantiche prese di distanza e senza ipocriti buonismi, il tema della morte: più ancora, affrontava il tema della presenza della morte nella vita, riprendendo qualcosa (ma solo qualcosa) dal suo “La grande festa”, elencazione di dolori e di distacchi, ma non cammino del lutto.

Forse quella domanda Dacia Maraini non se l’aspettava. Ma se è così, ha dimostrato di non avere terrore di parlare di questa prospettiva e di farlo come una persona vitale può farlo: cioè augurandosi di morire in un attimo, quasi senza accorgersene. Infatti, si dice che chi ha la vita che spinge il suo sangue e stimola i suoi progetti non può immaginare di rinunciare pezzo a pezzo alla sua espansione vitale e, quindi, si aspetta che un addio al mondo sia una negazione della quale non si avverte neppure la consumazione. Qualche istante prima una psicologa, che conduceva la tavola rotonda insieme a Dacia Maraini, Maria Luisa Algini, aveva risposto che sperava di morire a casa, “tra gli affetti”.

Giornata d’inizio d’autunno, dunque, quando gli orsi nel Parco si preparano ad un sonno lungo e lo fanno senza rumore e senza i frastuoni dei cervi che si avviano al periodo più intenso degli amori; giornata adatta a riflessioni conclusive. Ma, come nei suoi libri, la figlia di Fosco Maraini, uomo dalle mille energie come lei stessa lo descrive (e lo rimpiange) non ha lasciato neanche una virgola al banale e neanche un punto al banale triste, evocando le parole del cardinale Martini per le scelte dell’ultima fase di vita (il presule milanese ha escluso ogni accanimento terapeutico) che siano soprattutto per la prevalenza dell’uomo sui meccanismi e le soluzioni conformistiche o anche semplicemente più condivise nel tentativo di considerare in vita una persona solo perchè respira.

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