PROVINCIA VO CERCANDO CH’E’ SI’ CARA…

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UNA LETTERA DI MARIO PIZZOLA

20 SETTEMBRE 2012- Dal dott. Mario Pizzola riceviamo e pubblichiamo:

“Ciò che sta avvenendo in merito al ridisegno delle Province è totalmente insensato : sul piano logico e su quello dei principi democratici.

Pochi politici, spinti dai “tecnici”, si siedono intorno ad un tavolo e cambiano la struttura amministrativa di un territorio. Come se essa fosse una questione puramente burocratica e non  un problema che investe la storia, le tradizioni, la cultura, l’ambiente e la realtà economica e sociale  delle comunità che abitano quel territorio.

In questa vicenda c’è un grande assente : il cittadino. “La sovranità appartiene al popolo”, sancisce la nostra Costituzione. E’ vero, in democrazia i cittadini eleggono i propri rappresentanti, ma su problemi di così grande importanza le scelte non possono essere delegate a poche persone. Sarebbe inconcepibile che un Consiglio comunale si riunisse e decidesse che quel Comune (nel nostro caso Sulmona) da quel giorno in poi appartiene ad un’altra Provincia. E i cittadini? Qualcuno li ha consultati? Cosa sono, dei numeri, o la base su cui si fonda il nostro sistema democratico?

La questione è nata perché un bel giorno il “governo dei tecnici” ha deciso che, siccome occorre risparmiare, è necessario tagliare. Così, sotto le sforbiciate, sono finite anche le Province. Bene, ma il parametro economico non può essere l’unico riferimento. Esso va sempre messo in relazione ai servizi da erogare alla collettività. Altrimenti si giungerebbe alla paradossale conclusione che, siccome tenere in piedi lo Stato italiano costa, allora è meglio abolirlo! La vera domanda, perciò, è : le Province rispondono oggi alle esigenze per le quali furono istituite? La risposta, condivisa da molti, forse la maggioranza degli italiani, è “no”. Ma se è così , allora aboliamole tutte. Le mezze misure non servono.

E con che cosa le sostituiamo? Con un maggiore accentramento del potere pubblico? Sarebbe, questo, un rimedio peggiore del male. Una democrazia è  viva e vera se le scelte vanno dal basso in alto e non viceversa, se nelle sue arterie scorre la linfa vitale della partecipazione dei cittadini. Abbiamo allora bisogno non di uno Stato più accentratore ma, al contrario, di più decentramento politico ed amministrativo. Ed è esattamente quello che stabilisce la nostra Costituzione, all’art.5 : “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. Quindi, per la nostra Costituzione, sono i servizi a dover andare verso il  cittadino e non viceversa. Ma nella realtà sta accadendo esattamente il contrario. Le decisioni che contano vengono prese da pochissime persone. Le autonomie locali sono umiliate e messe all’angolo. Ridotte a mendicare risorse. Senza nessun ruolo nelle scelte fondamentali. A dettare legge su tutto è l’oligarchia tecnocratica, finanziaria  e politica che si guarda bene dal toccare i propri privilegi. Lo spending review si abbatte come una mannaia inesorabile sulla testa dei cittadini. Si taglia di tutto : dai Tribunali alla sanità, dai trasporti alla scuola, dalle poste ai servizi sociali erogati dai Comuni. Nello stesso tempo, però, si chiede al cittadino maggiore lealtà verso lo Stato, pagando le tasse, assolvendo in silenzio ai propri doveri, accettando ogni sorta di imposizione dall’alto (vedi Snam). Incredibile : la democrazia così non può funzionare.

Si tratta allora di ridisegnare il tessuto amministrativo dello Stato realizzando un “vestito” che sia più a misura dei cittadini. Perciò meno Stato e più potere alle autonomie territoriali. Aboliamo le Province,  ma sostituiamole con nuovi organismi che siano pensati secondo un criterio di omogeneità sotto il profilo storico, ambientale ed economico.

Si può pensare a delle circoscrizioni partendo ad esempio (ma solo come punto di riferimento) dal modello delle Comunità Montane. E questo senza creare nuovi carrozzoni e greppie politiche, ma con strutture amministrative leggere, assegnando però ai nuovi Enti un concreto potere decisionale in ordine ai servizi e alle scelte di fondo che coinvolgono il territorio.

Ecco perché la questione che qualcuno ha posto (con L’Aquila o con Pescara?) è fuori dalla realtà. Essa non tiene conto di quanto di nuovo sta avanzando ed anzi si muove secondo una vecchia logica di subalternità culturale e politica. Il problema non è quello di sottrarsi alla prepotenza di un “padrone cattivo” (L’Aquila) e mettersi sotto la benevola protezione di un “padrone buono” (Pescara). Con questa mentalità Sulmona sarebbe sempre in una posizione di sudditanza, sarebbe comunque alla “periferia dell’Impero” e ad essa arriverebbero sempre e solo le briciole.

Si tratta allora di ripensare il ruolo di Sulmona e del suo comprensorio. Ma per farlo bisogna mettersi davanti ad uno specchio ed interrogarci sul perché non contiamo nulla a livello nazionale, sul perché non abbiamo una rappresentanza in Regione, sul perché abbiamo una classe politica composta in gran parte di yes- men, sul perché da noi c’è scarsa imprenditorialità, sul perché c’è scarso spirito di lotta, sul perché come cittadini siamo più inclini al borbottio e alla perenne lamentazione e non all’impegno civico, a metterci la faccia, e quindi il cuore e parte del nostro tempo, per cercare di dare il nostro contributo ad uscire dalla palude in cui siamo finiti. All’orizzonte non c’è nessuna soluzione miracolistica. Le soluzioni dipendono solo da noi”.

Per quello che può interessare il nostro parere: condividiamo quasi tutto, ed in particolare l’insoddisfazione per una “mezza misura” che ha creato una conflittualità inutile sulla scelta delle province da conservare. Le province andavano eliminate tutte nel momento nel quale sono state istituite le regioni.

Non condividiamo la definizione della battaglia di Sulmona nella scelta della provincia alla quale appartenere: sarebbe, infatti, una battaglia “fuori della realtà”. Se una provincia si manifesta per quella che è, cioè una matrigna, è giusto scegliersene un’altra, soprattutto se nell’altra provincia Sulmona potrebbe svolgere il ruolo di seconda città e, tra l’altro, di prima città sotto il profilo culturale e monumentale. Poi non vanno trascurate altra ragioni di fondo: che la città capoluogo, attendibilmente Pescara (perchè è assurdo pensare che Pescara, che dovrebbe essere capoluogo di regione, non sarà neppure capoluogo di provincia) ha scelto a sua volta di collegarsi con il territorio di Sulmona, per le indubbie connessioni con le località di montagna e, in genere, per l’attenzione al turismo del circondario di Sulmona. Poi perchè i collegamenti dei trasporti pubblici sono mille volte migliori; poi perchè, stando con un centro dinamico come Pescara, c’è tutto da guadagnare rispetto all’aggregazione con una città che cerca sempre e soltanto di salvare se stessa. Non basta questo per dire che è meglio stare con Pescara ed è arrivato il tempo di dare un riconoscimento anche amministrativo a queste aspirazioni?

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