8 DICEMBRE 2011 – La delegazione della Confindustria provinciale, capeggiata da Fabio Spinosa, ha incontrato nella notte gli avvocati che presidiano il Tribunale di Sulmona per richiamare la pubblica opinione sui rischi della chiusura data per imminente (nella foto: il presidio nell’atrio del tribunale, nei giorni scorsi). Il colloquio è durato oltre un’ora e si è concluso dopo mezzanotte. Non era finalizzato a individuare strategie di azione: il presidente dell’ordine forense, avv. Gabriele Tedeschi, ha fornito un largo compendio di informazioni sui criteri che stanno determinando la scelta dei tribunali da sopprimere e sui criteri che invece dovrebbero determinare tale scelta.
Reciproca diffidenza
Non è un confronto semplice quello tra avvocati dei fori da sopprimere e Confindustria: in primo luogo, la riforma delle circoscrizioni è voluta fermamente, quasi pretesa, dall’organo che riunisce gli imprenditori. In secondo luogo, i criteri per selezionare gli uffici da sopprimere sono dettati da quella che viene definita una emergenza e, quindi, sono collegati a parametri molto trancianti: numero di magistrati addetti per ogni ufficio, sede che coincida con i capoluoghi di provincia. Tutto quello che si presenta come eccezione viene considerato un aggravio nella valutazione e una perdita di tempo rispetto al limite cronologico della legge delega approvata da maggioranza e opposizione. L’impostazione di Confindustria, però, risente dell’impronta aziendalistica: tanto è vero che, nel mettersi a disposizione per risolvere i problemi della giustizia, gli industriali offrono anche un supporto materiale informatico. Analogo limite si rinviene nell’inquadramento che l’attuale governo pretende di dare alla tematica: tanto è vero che proprio oggi sulla stampa nazionale è riportato il programma del ministro della giustizia Paola Severino per le maggiori dotazioni di computer nei tribunali.
Le carenze non stanno nella dotazione di mezzi
Il problema della giustizia, peraltro, è soprattutto intellettuale: nel senso che, al di là della telematica e delle dotazioni di cancelleria o di personale, è al giudice che si deve necessariamente fare carico delle decisioni e dei tempi di emanazione delle decisioni. Siccome la produzione delle sentenze non si può innalzare aumentando soltanto i fattori produttivi e siccome il numero di magistrati non si può raddoppiare perchè l’università non sforna più di un certo numero di laureati che siano in grado di svolgere le mansioni del giudice, l’offerta di “prodotto giudiziario” è anelastica. Occorre attingere ad altre risorse. E la Confindustria le individua nella “giustizia alternativa”, cioè, come caso più recente, nella mediazione obbligatoria e nella conciliazione prima del giudizio. Un risultato è che da marzo di quest’anno i tempi si sono accorciati solo per poco più del 10% delle controversie: il restante carico è comunque destinato ad appesantire i ruoli dei tribunali. L’altro risultato è che i costi sono raddoppiati, per le spese del tentativo di conciliazione. Fallimento totale, dunque.
Innalzare la competenza dei giudici di pace
La soluzione va inquadrata nel potenziamento delle strutture giudiziarie che non richiedono la formazione di giudici togati: dunque nell’innalzamento della competenza dei giudici di pace che potranno decidere con sentenze non provvisoriamente esecutive, onde il vaglio definitivo dovrebbe essere rimesso sempre alla magistratura ordinaria, con tempi drastici per l’emissione di una sentenza di secondo grado e significative sanzioni per chi non rispetti le scadenze.
La giustizia, infatti, va amministrata nelle sedi istituzionali e non data in appalto ad arbitri e conciliatori, oppure sottoposta a filtri che agevolano quanti sono più dotati finanziariamente.
Sui temi della riorganizzazione degli uffici giudiziari, in questa sezione: “Riforme nella giustizia, per ora possono bastare” e “Per una giustizia più rapida“.






