UNO DEI POCHI CANTAUTORI RICONOSCENTI
24 gennaio 2011 – Presentando il suo ultimo lavoro, che contiene anche una canzone alla madre scomparsa due mesi fa, Jovanotti ha proclamato questa sera al TG2 che l’opera che ama di più sono le “Metamorfosi” di Ovidio.
Plauso all’onestà: i quindici libri di esametri sono stati saccheggiati nel corso dei millenni magari anche senza citazione delle fonti. Imbattersi in un cantante che li mette al primo posto della sua classifica personale è, quindi, inusuale. Anche perchè davvero quell’opera è stata la “summa” di un pensiero che ha attraversato i millenni ed ha avvinto i poeti più di ogni altro tema. Ancora Ovidio, da Tomi, qualche anno prima di morire in relegazione, nelle sue “Epistulae ex ponto” si richiama ad una salvifica trasformazione, quella volta impeditagli nella paralisi della terra dei Geti. E proprio a lui, che aveva cantato le sconvolgenti metamorfosi di tante ninfe ed eroi in oltre duecento favole, non era consentito rifugiarsi in una trasformazione che spezzasse il dolore della lontananza e lo sottraesse all’angoscia del presente, fatto anche di timori per le invasioni di guerrieri crudeli: “Io sono quello che non si trasforma in nessun legno; quello che invano vorrebbe essere pietra”. (I,2,33-34, nella sezione @poesia di questo sito)
Nella foto del titolo: il mito di Diana e Atteone






