5 GIUGNO 2010 – Con ampio risalto è stata diffusa la notizia che vari lavoratori hanno citato in giudizio alcuni sindacati perchè non si sono sentiti tutelati nella vicenda del passaggio di proprietà e nella riassunzione di ex dipendenti alla “Cosmo” di Sulmona, una industria del legname che intraprese l’attività negli anni Novanta e che ha chiesto di essere ammessa al concordato preventivo. Si tratta di una inizitiva insolita e forse unica per il suo sbocco giudiziario. Non ci sono adesso elementi per farsi un’idea della vicenda, o per lo meno non sono noti.
Ma che l’universo dell’industria a Sulmona abbia avuto vari aspetti d’ombra nell’azione dei sindacati è un fatto che non costituisce notizia, come si dice in gergo giornalistico. L’esempio di quello che è accaduto per l’Adriatica Componenti Elettronici è stato il primo e per fortuna rimane il più cospicuo, perchè non sembra essere stato replicato, almeno nelle proporzioni del disastro che fu compiuto. Lo stabilimento di Sulmona dell’ACE (emanazione diretta della Siemens tedesca) fu oggetto di una battaglia aspra; fu più esattamente il terreno di scontro a livello nazionale tra il sindacato della CGIL e l’industria tedesca. Il massimo si raggiunse agli inizi degli anni Settanta, quando dal sindacato furono trasferiti con pullman da Milano i dipendenti di quello stabilimento per fare in quella giornata invernale il picchettaggio davanti all’ACE e, così, portare al successo lo sciopero al quale la maggior parte dei dipendenti di Sulmona non voleva aderire.
L’ostilità alla strategia del sindacato da parte dei lavoratori fu tale che più volte si tentò di forzare il blocco davanti ai cancelli ed una polizia imbelle (c’era un vice-questore mandato apposta dall’Aquila) non trovò di meglio che far entrare i “crumiri” da un ingresso retrostante, come se si dovessero vergognare di esercitare il loro diritto. Quella esperienza sancì la divaricazione tra la strada segnata dal sindacato e le esigenze dei lavoratori; un dissenso che aveva trovato il suo rodaggio negli anni precedenti, quando il sindacato si era lanciato in una aggressione psicologica personale nei confronti dell’ing. Fulvio Fonzi, dirigente dell’ACE, che a sua volta aveva risposto in termini poco conciliativi e che non aveva perso occasione di irridere alle tesi talvolta assurde dei rappresentanti dei lavoratori. Si giunse ad affermare che alcune delle morti per tumore di vari anni prima, fra le dipendenti, dipendessero dagli effetti del toluolo (usato nella componentistica elettronica), senza alcun conforto scientifico e subito, a livello nazionale, quella industria fu timbrata come “fabbrica della morte”. Dopo che, con tanto di perizie, si acclarò che non c’era un nesso certo tra il toluolo e le morti di cancro, la frangia irriducibile di nemici di Fonzi, pur battendo in ritirata, mormorò che comunque non c’era la prova che il toluolo non provocasse tumori. Al che il capo dello stabilimento, mentre dalla Germania cresceva il malumore per quella battaglia assurda di certi sindacati e del “Messaggero” che la appoggiava, per allestire una manifestazione eclatante (in linea con il suo carattere) prese una bottiglietta di toluolo e la bevve per intero.
L’Ace di lì a poco chiuse e non certo per la favola della “delocalizzazione” in terre del Terzo Mondo dai salari bassi: più semplicemente, aprì uno stabilimento in Campania, nella zona di un segretario nazionale della CGIL.
Nella foto del titolo una fase delle manifestazioni davanti all’Adriatica Componenti Elettronici






