STUCCHEVOLE ESTEROFILIA

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NELLA SCELTA DEL CANDIDATO SINDACO FA CAPOLINO L’ATTEGGIAMENTO PROVINCIALE DI VEDERE MERITI DI PERSONE CHE HANNO VISSUTO E LAVORATO FUORI CITTA’ PUO’ ESSERE CONSEGUENZA DELLA SCOTTATURA SUBITA CON DI PIERO, MA SULMONA PUO’ RICONQUISTARE UNA SUA DIGNITA’ POLITICA

24 FEBBRAIO 2025 – E’ una città che ha smesso di credere in se stessa, la Sulmona che non cerca neanche tra i Sulmonesi il candidato sindaco. Subito dopo la caduta della giunta presieduta da Gianfranco Di Piero, c’è stata la rincorsa agli outsider: persone che hanno avuto una vita professionale al di fuori di ogni istituzione o percorso individuale nell’ambito della città e che o sono tornate per vivervi la pensione, oppure addirittura non vi tornano se non a Pasqua e Natale o per un convegno. La telematica può certo influire molto nelle relazioni, ma chi dovrà essere sindaco o anche assessore non può aspettarsi che le riunioni di giunta si tengano da remoto, oppure solo in qualche fine-settimana. Eppure, nonostante il Comune sia diventato un apparato complesso, che richiede spendita di energie e di presenze, la ricerca dei candidati in questa campagna elettorale è stata in parte condizionata da una specie di rinuncia a valorizzare uomini ed esperienze maturati a Sulmona. Anzi, la caratteristica specifica del curriculum del candidato-tipo sembra sia consistita nello status di pensionato. E’ vero certamente che la durata media della vita si è allungata, ma guidare un Comune è diventato quasi come guidare un Ministero all’alba del dopoguerra: conoscenza dei meccanismi burocratici, approfondimento delle norme, con l’aggravante che il sindaco spesso deve fare l’alba per stare dietro alle diatribe nei consigli comunali e, in più, l’handicap di non disporre di uno stuolo di direttori generali che nei ministeri fanno di tutto e di più.

Queste considerazioni minime valgono se si vuole prevedere la tenuta di una persona in età di pensione.

Visto, poi, dalla parte della città e dei cittadini,  l’aliud vertere, il volgere in altre direzioni la ricerca del candidato (traduciamo per Fabbricacultura) ha il sapore di un tradimento: quasi che l’ambiente della Sulmona di adesso, invece di costituire palestra di preparazione per giovani e per… signori di mezza età che vogliano maturare per poi passare a dirigere, sia una specie di bassofondo da evitare, oppure da nascondere, una decurtazione di punti nella classifica dei papabili. E’, tutto questo, il segno di una città che, se proprio non è diventata autolesionista, ha rinunciato alla sua identità: si riconosce in persone che non conosce da vicino, che appaiono per quello che (forse) hanno fatto altrove, purchè non l’abbiano fatto in città o nel territorio.

C’è una sorta di tenda oltre la quale non si vuol guardare, preferendo infliggere un giudizio severo su quelli che sono rimasti in città perché sono stati più visibili e se ne conoscono di più i difetti. C’è molto provincialismo in questo atteggiamento; e c’è molto dei caratteri di una città che avverte i segni della propria crisi, forse addirittura della propria decadenza. Non è un vizio degli ultimi decenni, per la verità; ma recenti esperienze hanno rincarato la dose di scetticismo. Se i Sulmonesi hanno voluto guardare altrove è anche dipeso dalle scottature che hanno lasciato il segno. L’acme è stato raggiunto proprio con i tre anni della esperienza di Gianfranco Di Piero sindaco: persona che ha vissuto sempre a Sulmona e che nessuno ha pensato di riproporre, se non altro per dimostrare che la sua rovinosa caduta non è dipesa da oggettiva incapacità, ma da tutto quello che si è rimproverato a chi si è accorto in ritardo di quello che era e di quello che faceva e che lo ha sfiduciato come unico ed estremo rimedio all’errore compiuto tre anni fa. La delusione ha avuto anche un’appendice: nessuno ha lontanamente pensato di concedergli una prova di appello, sebbene lui in persona abbia subito detto che era disposto a ripresentarsi all’indomani della pedata infertagli dal Palazzo. E là ci può stare, una esclusione che non sa di pregiudizio, ma che, anzi, sgorga da riscontri oggettivi.

Di fronte a scottature del genere, rivolgersi ad esterni è forse la reazione più naturale; non necessariamente la più giusta. A parte che per una valutazione che sia realistica bisognerebbe essere informati fino in fondo (e i mezzi, sinceramente, scarseggiano), questa esterofilia tiene lontani dal novero dei papabili persone degne che si sono spese per la città e non ne hanno fatto un vanto; persone che, lavorando nei gruppi e negli ambiti professionali i più diversi, non hanno investito nella valorizzazione della propria immagine, tutte prese dal perseguimento di obiettivi sostanziali. Senza scomodare termini abusati, come la locuzione di un “laboratorio politico”, si può dare un segnale per una strategia che darà i suoi frutti nel periodo medio e non in quello brevissimo di una campagna elettorale. Si tratta di gettare le basi per ripartire dopo la trentennale preclusione che anziane figure, dure a cedere il passo, hanno esercitato (come è fisiologico, ma non sano) per reprimere ogni ventata di rinnovamento. C’è ancora tempo per comporre liste e candidati sindaci. L’opportunità può essere ancora colta.

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