A CAMPO IMPERATORE LE ULTIME DOMANDE DI UN DUCE SENZA POPOLO

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IL DRAMMA DI PINGITORE NELL’ALBERGO DELLA PRIGIONIA SI REPLICA A GRANDE RICHIESTA

5 SETTEMBRE  2013 – Pier Francesco Pingitore è il regista di “Operazione Quercia”, dramma in atto unico che da oggi a domenica, a grande richiesta dopo il successo di luglio, è proposto nello stesso albergo di Campo Imperatore dove Benito Mussolini, Duce del fascismo, fu liberato da una pattuglia di aerei tedeschi per guidare la Repubblica Sociale Italiana (Nella foto del titolo una fase del dramma).

Luca Biagini impersona Mussolini; sulla scena, nelle vesti di coloro che vissero i pochi giorni di attesa dell’evento: Mauro Mandolini, Marco Simeoli, Federico Perrotta, Barbara Lo Gaglio, Valentina Olla e Morgana Giovannetti. Dialoghi molto intensi e spunti lanciati forse solo per chi vuole intendere sono le caratteristiche di questa non facile impresa di Pingitore, condotta con grande rigore e, come spiega lo stesso regista mentre interrompe i lunghi applausi finali, con lo scrupolo di rispettare le convinzioni di chi assiste, a settanta anni precisi dai veri avvenimenti nell’albergo a 2100 metri.

E’ la seconda volta di Pier Francesco Pingitore nel suo confronto con il personaggio Mussolini ed i suoi colloqui con il destino: a Villa Torlonia, a parlargli due anni fa, era il figlio Bruno, l’aviatore morto in un incidente all’inizio della guerra, triste presagio di sconfitta. Era teatro la Villa Torlonia che aveva visto felice tutta la famiglia. Oggi Pingitore fa parlare proprio la Morte, che non si concede e che puntualizza come non sia del tutto passata la sabbia della clessidra: il viale del tramonto, dopo quello dell’ascesa e del successo, deve ancora durare un po’.(Nella foto a destra il carabiniere affidato al Duce e che, secondo il testo di Pingitore, riceverà la richiesta di Mussolini di ucciderlo se cadrà in mano degli anglo-americani, e un uomo della Polizia, da poco liberatosi del distintivo del Partito Nazionale Fascista, la “cimice” che gli aveva lasciato il segno sul risvolto della giacca)

Quello che emerge dai colloqui di Campo Imperatore non è un duce preoccupato delle sue scelte: si domanda, sì, dove abbia sbagliato, ma la sua vera angoscia sta tutta nel pensiero di finire nelle mani degli Inglesi o degli Americani. Il suo dolore non sembra rivolto ai milioni di soldati che sono morti nelle lande della Russia e in Africa e dappertutto, quanto al sentirsi una semplice foglia nella bufera dell’epilogo. Il duce è tormentato perchè non ha notizie, non conosce gli avvenimenti, può già essere diventato scomodo e, quindi, da eliminare o, peggio, da strumentalizzare. Qua, forse, sta la tragedia greca di una persona costantemente alimentata dalla propria gloria, ricorrentemente gratificata dalla crescita smisurata della sua immagine; ed è una tragedia tutta personale, giammai di un popolo che d’altronde non gli vive più accanto.

E’ una tragedia umana, ma non più del condottiero, che è sospettoso, che si chiede perchè mai la colonna di auto che sulla Tiburtina accompagnava il Re a Brindisi non sia stata bloccata dai tedeschi, pur essendo stata da loro intercettata. Mussolini ha la sensazione di avere uno Stato che marcia accanto a quello da lui disegnato e realizzato; deve constatare che forse i suoi nemici hanno conquistato questa postazione privilegiata, e forse più di questo si angoscia che della fine di tutto. Strano destino quello di una Italia che deve confrontarsi sempre con i segreti dei suoi apparati e con gli apparati paralleli; qualcuno ha ipotizzato che sia un lascito della grande orma nell’alveo dell’Impero Romano: che, cioè, una democrazia non sia mai compiuta in un Paese sempre a contatto con le sue ombre e con una “ragione di Stato” superiore e insondabile. In guerra e all’epilogo di una dittatura questi incombenti incubi sono giustificabili; settanta anni dopo è un po’ più difficile giustificare che qualcuno abbia pensato di condurre una trattativa con la mafia al di là e contro le vere istituzioni..