A PESCARA L’ALLESTIMENTO DELLE METAMORFOSI
14 APRILE 2013 – Per il ciclo “Ovidio’s parade”, il Gruppo Alhena ha mandato in scena ieri alle ore 20.30 a Pescara “Aracne”, dal VI libro delle Metamorfosi. E’ stato il nono incontro su temi ovidiani. Antonella Anaclerio è Aracne; la regia è di Anouscka Brodacz, che cura anche la narrazione e le videoproiezioni.
Aracne, benchè nata da famiglia umile, “si era fatta un gran nome per le città della Lidia” e per un motivo molto semplice: sapeva tessere come nessun’altra. E il destino prevede anche per lei una crudele trasformazione. Ne sarà artefice, ancora una volta, l’invidia, che sembra dominare quasi tutti gli episodi delle “Metamorfosi”, perchè, come direbbe Battiato duemila anni dopo, gli dei erano stanchi della loro stessa felicità: questo sentimento, tratteggiato da Ovidio nella descrizione della stessa personificazione con una vecchia sdentata e dall’alito pestifero (rimandiamo a: “Una persona speciale: l’Invidia”, nella sezione OVIDIO, non per niente uno tra i primi dieci “file” più letti di questo sito) muove le reazioni più imprevedibili. E forse spinse gli stessi Romani, quelli che contavano, ad esiliare Ovidio in Romania. Ma c’è anche lo sguardo del vate sulmonese su una espressione di chiara superbia in quell’atteggiamento di Aracne che non vuole riconoscere di essere stata allieva di Pallade; come sempre Ovidio analizza con grande equilibrio, svolge davanti a sé un processo e lo proietta verso il lettore, quasi a renderlo protagonista di un giudizio.
Popolana fiera e superba
Fu Pallade che “decise di rovinare Aracne della Meònia, la quale – le era giunta voce – non intendeva considerarsi inferiore a lei nell’arte di lavorare la lana. Costei, non per ceto o lignaggio, era famosa, ma perchè era un’artista. Suo padre, Idmone di Colofone, tingeva la lana spugnosa con porpora di Focèa: la madre era morta, ma anch’essa era una popolana, della stessa condizione del marito. Malgrado ciò, Aracne con la sua attività si era fatta un gran nome per le città della Lidia, benché, nata appunto da umile famiglia, abitasse nell’umile Ipèpe.
Per vedere i suoi meravigliosi lavori, spesso le ninfe del Timòlo lasciarono i loro vigneti, le ninfe del Pactòlo lasciarono le loro acque. E non soltanto meritava vedere i tessuti finiti, ma anche assistere a quando li faceva, poiché era un vero spettacolo. Sia che agglomerasse la lana greggia nelle prime matasse, sia che lavorasse di dita e sfilacciasse uno dopo l’altro con lungo gesto i fiocchi simili a nuvolette, sia che con l’agile pollice facesse girare il liscio fuso, sia che ricamasse, si capiva che la sua maestria veniva da Pàllade.
Ma Aracne sosteneva di no, e invece di essere fiera di una così grande maestra, diceva impermalita: “ Che gareggi con me! Se mi vince, potrà fare di me quello che vorrà!”
Pallade si traveste da vecchia, si mette sulle tempie una finta capigliatura bianca e prende anche un bastone che sorregga le membra piene di acciacchi. Poi comincia a parlare così: “Non è tutto male, nell’età avanzata. Più s’invecchia, più cresce l’esperienza. Dài retta a me: ambisci pure ad essere la più grande tessitrice, tra i mortali; ma non voler competere con la dea, e chiedile con voce supplichevole di perdonarti per quello che hai detto, o temeraria; chiediglielo, e non ti rifiuterà il perdono”.
Se una dea si può chiamare “sciminuta”
Aracne le lancia una torva occhiata, lascia andare i fili già cominciati e a stento trattenendosi dal percuoterla, con una faccia che tradisce l’ira, così dice di rimando a Pallade che ancora non si è palesata: “O scimunita, smidollata dalla lunga vecchiaia, vivere troppo eccome se rovina! Queste cose valle a dire a tua nuora, se ne hai una, valle a dire a tua figlia, se ne hai una! Io mi so regolare benissimo da me, e perchè tu non ti creda di aver combinato qualcosa con i tuoi ammonimenti, sappi che io la penso come prima. Perchè non viene qui? Perchè non accetta la sfida?” Allora la dea : “E’ venuta!” dice e si spoglia della figura di vecchia e si rivela – Pallade.
Le ninfe e le donne della Lidia si prostrano dinanzi alla divinità; soltanto la vergine non si spaventa. Tuttavia trasalisce, e un improvviso rossore le dipinge suo malgrado il viso e poi ridilegua, come l’aria si imporpora al primo comparire dell’aurora e dopo breve tempo s’imbianca, quando sorge il sole. Insiste sulla via che ha preso, e per insensata bramosia di gloria corre verso la propria rovina. E infatti la figlia di Giove non rifiuta, e non l’ammonisce più, e nemmeno rinvia più la gara. Subito si sistemano una da una parte, l’altra dall’altra, e con gracile filo tendono ciascuna un ordito.
Ancora una gara ad armi impari
L’ordito in alto è legato al subbio, il pettine di canna tiene distinti i fili, la spola appuntita inserisce la trama, con l’aiuto delle dita, e i denti intagliati nel pettine, dando un colpo, comprimono la trama passata tra un filo e l’altro. Lavorano tutte e due di lena, e liberate le spalle dalla veste muovono le braccia esperte, con tanto impegno che non sentono fatica. Mettono nel tessuto porpora che ha conosciuto la caldaia a Tiro, e sfumature delicate, distinguibili appena: così, quando la pioggia rifrange i raggi solari, l’arcobaleno suole tingere con grande curva, per lungo tratto, il cielo, e benché risplenda di mille diversi colori, pure il passaggio dall’uno all’altro sfugge all’occhio di chi guarda, tanto quelli contigui si assomigliano, sebbene gli estremi differiscano. Anche intridono i fili di duttile oro, e sulla tela si sviluppa un’antica storia.”
Segue una descrizione della tessitura di Pallade e di quella di Aracne: Ovidio rappresenta i personaggi più famosi della mitologia, “C’è come Bacco sedusse Erìgone trasformandosi in uva, e come Saturno, fattosi cavallo, procreò il biforme Chirone” ed altre figure di eccezionale vigore.
“Neppure Pallade, neppure la Gelosia poteva trovar qualcosa da criticare in quell’opera. Ma la bionda dea guerriera ci rimase malissimo e fece a brandelli la tela che illustrava a colori le colpe degli dèi, e trovandosi in mano la spola di legno del Citoro, tre e quattro volte colpì con quella sulla fronte Aracne, figlia di Idmone.
Tentato suicidio e pena eterna
La poveretta non lo tollerò, e corse impavida a infilare il collo in un cappio. Vedendola pèndere, Pallade ne ebbe compassione e la sorresse, dicendo così: “Vivi pure, ma penzola, malvagia, e perchè tu non sia tranquilla per il futuro, al stessa pena sia comminata alla tua stirpe e a tutti i tuoi discendenti”. Detto questo, prima di andarsene la spruzzò di succhi di erbe infernali, e subito al contatto del terribile filtro i capelli scivolarono via, e con essi il naso e gli orecchi; e la testa diventa piccolissima, e tutto il corpo d’altronde s’impicciolisce. Ai fianchi rimangono attaccate esili dita che fanno da zampe. Tutto il resto è pancia; ma da questa, Aracne riemette del filo e torna a rifare – ragno – le tele come una volta”.






