BASTAVA LEGGERE FLAIANO PER PREVEDERE D’ALFONSO E LEGNINI

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LE INCONTENIBILI COMICHE DEGLI UOMINI IN BOMBETTA E DEI CAFONI DI SILONE

14 OTTOBRE 2014 – Il Flaiano che viene citato da molti intellettuali come fiore all’occhiello di tante conversazioni snob è una invenzione del dopo-Flaiano.

L’abuso che viene perpetrato delle sue frasi sarebbe stato represso dal Flaiano in vita; perciò è stato inaugurato dopo il 1972, in tanti convegni, in migliaia di articoli di giornale, nei salotti televisivi. E’ un Flaiano addomesticato, tigre di intelletto e di spirito ridotto a gattone da salotto, adatto a corroborare ogni teorema. Paradossalmente, è l’anticonformismo aggiustato per conformare.

Basta leggerlo per comprendere quale afflato egli abbia avuto per i temi sociali; basta leggerlo per scoprire che il tanto decantato sceneggiatore cinematografico ha dovuto fare quel mestiere per sopravvivere, come egli confessa in una delle sue ultime interviste. E che il Flaiano vero è quello che posa il suo sguardo sulla quotidianità che lo affascina e che lo fa stare in simbiosi con la sua regione: “Chi ha fatto su e giù un centinaio di volte, e in terza classe, la Roma-Sulmona (come io l’ho fatta), di questi poveri ne ha visti a sazietà. Sono gli stessi personaggi di Fontamara perché i luoghi del libro sono la Marsica e il Fucino. Sono gli stessi poveri che, al tempo delle emigrazioni, partirono verso l’America con un cartellino attaccato alla giubba per evitare di smarrirsi. Poveri tanto abbarbicati alla loro terra da far pensare a un tipo d’uomo vegetale: i vecchi somigliano agli ulivi, i giovani alle querce. Questi poveri sono anche attaccati alle loro leggende cristiane che vogliono l’Abruzzo teatro della Passione di N.S.; e sono perciò gentili di carattere, generosi, fanatici, e poi chiusi, ingrati e, se occorre, feroci”.

E’ uno dei primi articoli di giornale che Flaiano scrive ed è una recensione al libro di Ignazio Silone “Fontamara”: “Le avventure di Fontamara possono sembrare inverosimili, ma io sono certo che tutto quello che narra Silone potrebbe essere stato vero. La verità è che questi poveri non si sono meravigliati mai nemmeno del terremoto”.

Dei viaggi lunghi e faticosi per la Capitale, Flaiano trasmette tutta la liturgia che è rimasta negli Abruzzesi quando pensano alla “Roma-Sulmona” delle ore antelucane: quelle degli universitari e dei lavoratori pendolari, dell’arrivo a Termini con i primi raggi rossicci del sole. Atmosfera che non era quella di Via Veneto delle due di notte, dei caffè che una superficiale iconografia ha sempre abbinato al nome del Pescarese. Profondo è il Flaiano che conclude con questa osservazione il suo incontro con i “cafoni” della terra di Silone: “Il destino dei cafoni  è di avere ponti in cattive condizioni”. Era successo che “Una volta – è sempre lui che scrive commentando il Silone di Fontamara – nella terra di questi cafoni, si ruppe un ponte. Passavo in automobile con un mio parente che calcava una bombetta nuova. Chi può mai calcare una bombetta, se non un ministro o uno, comunque, che vive a Roma? Pensarono i cafoni (ed erano proprio quelli di Silone). L’automobile fu gentilmente circondata e per riuscire ad andarcene dovemmo promettere che i lavori sarebbero iniziati subito, il giorno dopo, la stessa sera. Io non so se quel ponte, ricostruito, sia stato distrutto un’altra volta da questa guerra; ma il destino dei cafoni è di avere ponti in cattive condizioni”.

Oppure tribunali da sopprimere due anni dopo e, quindi, promesse per il rinvio. Oppure fabbriche da delocalizzare il giorno dopo e, quindi, interessamento per “aprire un tavolo”. Gli uomini in bombetta oggi non hanno bisogno di presentarsi in abiti che accreditino il loro ruolo. “Penso che mai come oggi i “cafoni” abbiano bisogno del loro autore” concludeva Flaiano il 3 settembre 1944 senza ambire a mettere nero su bianco una frase che sarebbe stata adatta a descrivere gli effetti della furbizia da mezza tacca per beffare il popolo dopo settanta anni di democrazia.

E’ di luglio la visita di Luciano D’Alfonso con il presidente dell’ANAS (a proposito di ricostruzione di ponti…) alla fondovalle Sangro per promettere che i lavori sarebbero cominciati… la sera stessa. Si insiste nevroticamente sulla visita di Renzi a L’Aquila per promettere altri soldi ad una ricostruzione che non si sa neppure come articolare urbanisticamente; e Legnini ha finito di promettere proroghe alla soppressione dei tribunali solo perché non è più sottosegretario e deve darsi un tono istituzionale da vice-presidente del CSM che non scontenti troppo i magistrati pronti con le forbici per tagliare i presidi di giustizia e lasciare solo la Corte di Cassazione secondo la nota tendenza di fare eserciti solo di generali.

Se solo questi personaggi avessero letto Flaiano, avrebbero risparmiato all’Abruzzo la comica della bombetta così tratteggiata in anticipo da un abruzzese che vedeva lontano.

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