BELLI I MUSEI DEI BORBONI. PAROLA DI BETTINO RICASOLI

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17 DICEMBRE 2011 – Il 10 febbraio 1853 il Museo Borbonico si presentava in tutto il suo splendore, come e più di ogni altro museo europeo.

Lo leggiamo in un diario: “Faccio colazione dai figli. Andiamo tutti al Museo Borbonico. Si fa l’ora della chiusura (le 3 pom.) e lasciamo, alla Collezione degli oggetti misti del medio evo e moderni, il nostro esame per ripigliarlo il giorno appresso. Sono tali e tanti i

preziosissimi oggetti che anco una visita superficialissima non dura meno di due buone giornate. Tanti custodi sono assegnati ad altrettante collezioni speciali, chiuse da piccoli cancelli (…)”.

Chi era ad annotare queste osservazioni? Ferdinando IV o Francesco II di Borbone?

No: era Bettino Ricasoli, che diventerà presidente del Consiglio dei Ministri dello Stato unitario otto anni dopo (RICASOLI, Gli scritti, Libro aperto editore, 2011, pag. 47). Ma a scuola non ci hanno insegnato che i Borboni erano retrogradi e lasciavano il popolo nell’ignoranza?

Diversa è l’opinione di Ricasoli sul complesso dell’Amministrazione borbonica: “La caterva degl’impiegati immensa, e tutti usi a prendere e chiedere. Sono pagati da due parti. Il viaggiatore deve avere sempre le mani in tasca; ti annoiano e ti fanno pagare. Si direbbe che non sono pagati dallo Stato e che questo inventi molestie per obbligare a riscattarsene dando moneta alle persone incaricate di molestare. Occorre sempre aver passaporto in mano; a ogni momento ti vogliono visitare i bauli ecc. e conviene dar sempre qualcosa per liberarsi di peggio (…) La polizia di mezzo, cupa, furibonda, che passa i limiti stessi che il Re e i capi vorrebbero, è tremenda. Le persecuzioni sono atroci e irreparabili. Stolta poi quanto iniqua” (pag. 54).

A margine, va annotato che non per questi motivi il futuro presidente Ricasoli evitò di ripassare per il Piano delle Cinque Miglia. Lo dice il 14 febbraio: “Nella mattinata ho deciso tornare per mare, non essendo espediente tenere la strada degli Abruzzi in stagione così ostinatamente contraria” (pag. 49).

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