La battaglia per il tribunale non può essere muscolosa

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17 DICEMBRE  2011 – Aveva intrapreso una sapiente specificità la lotta per la salvaguardia del tribunale di Sulmona. Mentre dappertutto si usava ancora il badile della raccolta delle firme, delle manifestazioni di massa, delle adunate a brutto muso, la società peligna, fatta soprattutto di sindaci che si sentono investiti di una cospicua responsabilità,

aveva deciso di attivarsi abbastanza silenziosamente, ma in modo deciso. E’ stata escogitata la celebrazione di processi in notturna e il dignitoso e molto anglosassone presidio del tribunale, con una alternanza di avvocati e cancellieri, ha dato il segno di quanto il problema sia sentito in tutti gli operatori del diritto. Poi la virata: l’aggiunta della raccolta di firme, il sit-in che, ringraziando il cielo, è stato travolto da una bufera invernale, in modo che si possa ora dire che il maltempo ha rovinato tutto.

In verità, il tribunale di Sulmona per salvarsi non può mostrare i muscoli, perchè ne ha pochi e atrofizzati rispetto a quelli (per esempio) della Marsica e di altre città non capoluogo di provincia che pure possono contare su organici di magistrati molto vicini alla soglia minima dei venti. La raccolta delle firme, che non ha raggiunto il numero di diecimila, è un termine di paragone bruciante se si pensa che ad Avezzano pare siano state superate le 16.000. Non sono argomenti che faranno deflettere il ministro della giustizia e la commissione incaricata della falcidia; ma se questo fosse l’argomento vincente, di certo non farebbe vincere Sulmona rispetto ad Avezzano. Il sit-in contava poco più che sul numero di curiosi del processo Borsini o di qualche altra tappa giudiziaria che ha riempito le aule del tribunale, ma che non può proprio far parlare di mobilitazione.

Se si è scelta la strada di dimostrare la efficienza dei piccoli tribunali rispetto a quelli mastodontici, ci si spinga a celebrare le udienze nei giorni tra Natale e Capodanno e tra Capodanno e l’Epifania. Se non si possono più celebrare i processi di notte, visto che richiedono una organizzazione massiccia, si cerchi di dimostrare che la piccole dimensioni consentono l’agilità dei servizi. Si accorcino i tempi di celebrazione dei processi civili e penali, visto che pare che in molti casi una causa dura più a Sulmona che davanti al tribunale di Roma. Si scavalchi la media-conciliazione, magari con giudici che propongano alle parti una soluzione transattiva alla prima udienza (con una opportuna richiesta congiunta degli avvocati). Così si potrà far parlare di un “laboratorio del tribunale di Sulmona” che almeno i tecnici del Ministero più avveduti potrebbero prendere ad esempio mettendo da parte le alchimie delle riforme dei riti processuali nei quali si sono buttati a capofitto. Venti anni fa si parlò di Prato come del tribunale capo-scuola della riforma delle esecuzioni immobiliari: si potrebbe oggi parlare di Sulmona per il fatto che i coniugi si separano in un anno; che i fallimenti si chiudono in otto mesi; che i decreti ingiuntivi si emettono in cinque giorni; che a responsabilità dell’appaltato si accerta in due anni. 

Quando uno non può contare sui muscoli, deve sopperire con il cervello. E la ricerca di “visibilità” (come si chiama adesso la necessità di apparire sui mass-media) può essere assecondata con proposte originali: svolte sempre nell’ambito della legalità e della compostezza. Anzi fornendo un esempio di scelta liberal-borghese, ma decisa, intransigente. La “chiamata alle armi”, nelle condizioni nelle quali il tribunale di Sulmona si trova a competere con quelli cosiddetti confratelli, ha la sinistra premonizione della “gioiosa macchina da guerra” che Occhetto sfoderò prima di sfracellarsi contro Berlusconi.