CENTOCINQUANT’ANNI DI STORIA FERROVIARIA PER TORNARE ALLA “STAZIONE VECCHIA” DI SAN RUFINO

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DALLE PAGINE DI FRANCESCO SARDI DE LETTO EMERGE IL QUADRO DELL’INDECENTE INVOLUZIONE DELLA POLITICA MENTRE NULLA DI NUOVO C’E’ SOTTO IL SOLE SE NON I RINNOVATI TRADIMENTI VERSO SULMONA

16 NOVEMBRE 2022 – Dice: “Ma che cosa può fare un politico per impedire che si svuoti un centro nodale della rete ferroviaria abruzzese e se ne arricchisca un altro privo di analoghe caratteristiche di centralità e funzionalità?”. Dice: “Ma le decisioni sono state già prese e siamo solo nella fase attuativa”.

Certo, chi propone queste domande non conosce la storia delle ferrovie in Abruzzo, ma in particolare non conosce la determinazione con la quale i politici di centocinquanta anni fa hanno difeso la centralità della stazione ferroviaria di Sulmona. Hanno agito direttamente nei centri decisionali, oppure hanno sensibilizzato chi poteva agire al posto loro. Sicuramente non hanno mai tirato i remi in barca. Per esempio: quanti sanno come e perché una breve strada in salita, quella che va da Piazza Garibaldi a Via Angeloni (Palazzo Sardi), sbrigativamente chiamata “costa dei Sardi”, è intitolata a tale “Marselli”?

Marselli: chi era costui?

Nicola Marselli, deputato di Pescina “fu uno strenuo difensore delle ferrovie sulmonesi”, come annota Francesco Sardi de Letto ne “La Città di Sulmona”, Ed. Circolo Letterario, 1975, vol. VI, pag. 81. Marselli “sostenne con grande vigore la necessità di questa linea, senza alcuna deviazione” (ibidem e in riferimento all’attuale tracciato della Roma-Sulmona). La deviazione sarebbe stata quella da Carsoli a L’Aquila, verso la quale ha un debito di ascendenza l’attuale proposta aquilana per la linea da Tagliacozzo a L’Aquila.

L’intestazione a Marselli aiuta a capire perché la strada che dalla “costa dei Sardi” conduce alla chiesa di San Domenico è intitolata a  Giuseppe Andrea Angeloni, deputato di Roccaraso che fu il più vigoroso nel sensibilizzare deputati di ogni parte d’Italia, come il deputato ed ingegnere Alfredo Baccarini, nato a Russi vicino a Ravenna, che, come Silvio Spaventa (nato a Bomba, in provincia di Chieti), fu ministro dei Lavori pubblici. Erano i tempi nei quali Roma era diventata da poco capitale d’Italia (stiamo infatti parlando degli anni Settanta del XIX secolo) e la necessità per l’Abruzzo di collegarsi con la nuova capitale del regno aveva acceso i più disparati appetiti. Spaventa era stato detenuto al tempo dei Borbone insieme al sulmonese Panfilo Serafini; ma non fu questo, ovviamente, a determinarlo nella scelta di togliere ogni illusione agli aquilani per una deviazione anacronistica e orograficamente inaccettabile del tracciato ferroviario. Prima della Via Marselli c’è la Via Leopoldo Dorrucci, anch’egli deputato e fermo sostenitore della scelta ferroviaria profondamente contrastata dalla città dell’Aquila.

Il sindaco che sapeva quello che voleva

E ora veniamo alla figura del sindaco, pure tratteggiata da Sardi de Letto nella sua monumentale opera sulla storia (e “divagazioni”, come egli le qualificava) sulmonese: “Il consigliere comunale avv. Filippo De Martinis, interpretando il circolante dubbio cittadino, chiese alla Giunta (Sindaco: Paolo Alicandri Ciufelli) se rispondeva a verità la notizia che si propalava, secondo la quale era stata decisa la sospensione dei lavori per la ferrovia Roma-Sulmona. Il Sindaco interpellò il Deputato on. Giuseppe Andrea Angeloni, il quale rassicurò tutti – egli fervido sostenitore dei nostri civici problemi – che l’opera sarebbe stata subito ripresa e portata a termine. Così pure confermarono il Direttore della ferrovia, cav. Salvini e l’ing. Zambonelli, Reggente la 5 sezione, stabilita a Sulmona” (Sardi de Letto, La Città di Sulmona, VI vol. pag. 84). Non guasta ricordare quanto politici e sulmonesi tenessero a mantenere caldo il tema della ferrovia: “Nel Consiglio Comunale, riunitosi d’urgenza il 28 luglio 1881, dopo le rassicuranti parole del Sindaco, si deliberò “che ritenendo che la costruzione della ferrovia Roma-Sulmona, mentre giova potentemente agli interessi generali del Paese, apre alla Città nostra un vasto e splendido avvenire, dando reciproco impulso alle industrie e commercio, e offrendo così il mezzo di utilizzare le abbondanti risorse che quella Valle possiede”, d’invitare il Governo a sollecitare l’esecuzione dell’opera ed a ringraziare l’on. Angeloni, al quale, nella seduta del I° settembre dello stesso anno, venne solennemente conferita la cittadinanza sulmonese, come pure fu conferita al Ministro dei Lavori Pubblici, on. Alfredo Baccarini, e nella seduta dell’11 ottobre, ancora una volta sollecitò l’adempimento dei lavori per la galleria di Cocullo, e, nello stesso tempo, insistette presso la Deputazione Provinciale per la rapida costruzione delle strade ordinarie di Scanno e Campo di Giove”. Dunque era tutta la rete del centro-Abruzzo, gravitante sulla Valle Peligna, a determinare le condizioni più favorevoli affinchè la nuova ferrovia fosse collegata, anche con strade ordinarie, a tutti i paesi del circondario coincidente con la circoscrizione del tribunale di Sulmona. E in questo senso Sulmona era davvero il capoluogo, come tale considerata dai politici ed incrementata nelle sue infrastrutture.

Il capitolo della “Città di Sulmona” sulle ferrovie è ricco di utili notizie e per questo ebbe una autonoma pubblicazione per i tipi della “D’Amato” di Via Ciofano.

L’alibi della “stazione vecchia” di San Rufino

Chi è in cerca di alibi e ripete che una bretella già esisteva tra la stazione ferroviaria e il punto di sosta di San Rufino vi troverà giuste informazioni. Quando fu posta mano ad una linea Pescara-Terni, lambendo Sulmona, “si edificò una stazioncina in muratura e legno, alla distanza di Km. 2,300, in contrada San Rufino, che poi fu chiamata “la Stazione vecchia”. Precisamente d’allora s’iniziarono gli anni di passione ferroviaria di Sulmona. Lontano dal suo agglomerato, la Città udiva il fischio, trasportato dal vento, delle locomotive Gr. 120 FS 1864 e Gr. 429 FS 1873, che, fiaccamente, dall’Adriatico, dal quale provenivano, decisamente si volgevano a settentrione, senza che Sulmona avesse potuto penetrare nei maneggi che altrove prendevano consistenza per fare rimanere le cose raggiranti soltanto intorno a quella miseria della “Stazione vecchia”… Si capì bene, però, il tentativo perpetrato per svincolare Sulmona dalla comunicazione  diretta con Roma”. E intervenne addirittura la Camera di Commercio di Napoli, a condannare il disegno per la costruzione delle linee Termoli-Benevento ed Aquila-Rieti, definita, la prima, “infecondissima” e l’altra “non meno sterile”. La “relazione” della Camera di Commercio napoletana propose invece “una nuova importante ferrovia da Roma, per Tivoli ed Avezzano, a Sulmona, la quale nel medio luogo d’Italia avrebbe riunito i grandi corsi delle due costiere”. E ravvisò che per la ferrovia Roma-Sulmona “erano sorte velleità aquilane, e non erano nuove, le quali pretendevano niente meno che far divergere quella linea, per volgerla verso Aquila, correndo per inospiti e deserte vie appennine, lasciando l’altipiano Palentino e Fucense”.

Le dimensioni dello “scalo” come quello di San Rufino

Quindi, la stazioncina di San Rufino, di fatto una casupola proprio come quella ormai chiusa di Vallelarga, era solo una soluzione transitoria, in attesa del grande collegamento con Roma, dal quale sorse la grande stazione, ripetutamente rinnovata.

Un sindaco da riporto

Ora, che il sindaco di Sulmona, invece di svolgere l’opera di sensibilizzazione dei politici parlamentari e ministri, vada alla inaugurazione del cantiere per costruire un’altra “stazione vecchia di San Rufino” è paradossale, diremmo addirittura palindromo, per scivolare nell’ambiguo e sconfinare in qualcosa di peggio. Se fosse andato per dire a Marsilio quello che 150 anni fa dissero Angeloni, Marselli, Alicandri-Ciufelli, Dorrucci, e 70 anni fa Francesco Sardi de Letto, sarebbe stato il sindaco di Sulmona. Adesso è solo un figurante della muta commedia che ha portato altri sulmonesi a collaborare con il progetto dell’Aquila e di D’Alfonso per riaprire la… stazione vecchia.

Prenderemo il testimone che 51 anni fa, cioè tre anni prima di lasciare questo mondo, Francesco Sardi de Letto, dallo studio a fianco della “Galleria” del palazzo che affaccia sull’attuale Largo a lui intitolato, incuriosito del quindicenne che lo intervistava, ci invitò a raccogliere il testimone per raccontare quello che i sulmonesi avrebbero fatto per Sulmona, a favore e contro. E nella nuova “Storia di Sulmona” ci sarà posto per tutti quelli che l’hanno tradita.

Francesco Sardi de Letto, secondo da destra; il primo è Angelo Maria Scalzitti, che pubblicò le prime dispense de “La Città di Sulmona”. Dopo la sua scomparsa, l’opera fu portata a compimento dalla sorella Marcella