CERAMICHE DI ANVERSA NEL PARADISO OSTILE DI CAMPO IMPERATORE

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ECCEZIONALI RINVENIMENTI A SANTA MARIA DEL MONTE

26 SETTEMBRE 2016 – Addirittura una chiesa vescovile era insediata ai 1700 metri di Sant’Egidio, dove oggi ci sono solo ruderi e dove nel medioevo si arrampicarono religiosi e anacoreti per vivere e respirare la distesa ostile di Campo Imperatore.

Nuovi scavi hanno portato alla luce i resti di un altro insediamento rispetto a quello che si era intuito con le prime “campagne”. Il recupero di un rudere attraverso il metodo archeologico è il recupero dell’identità di un luogo – ha detto l’archeologa Rosanna Tuteri della Soprintendenza Unica –  Sant’Egidio torna ad essere quello che era, un punto di riferimento dei percorsi della montagna di Campo Imperatore. Un’azione titanica resa possibile dalla sinergia virtuosa tra gli enti coinvolti e la presenza costante e quotidiana degli archeologi che, in un’epoca di recessione culturale, hanno ottenuto un importante risultato e acquisito dati scientifici.”

Dall’ispezione degli ambienti sono emerse ceramiche di Anversa degli Abruzzi (il paese della Valle del Sagittario dove sono ancora visibili le fabbriche delle ceramiche di vario uso e di varia destinazione), insieme a ceramiche di Castelli e a ottanta monete di rame e di argento. I risultati degli scavi sono stati commentati dalla dott.ssa Maria Alessandra Vittorini, Soprintendente, che ha ripreso la nota citazione da Marcel Proust : “”Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

Non ci sono molte occasioni per salire fino a Sant’Egidio lasciando la strada che da Fonte Vetica attraversa tutta la distesa di Campo Imperatore. Per di più, quello che resta del complesso di chiesa e convento di Santa Maria del Monte non si vede neanche un po’ dal rettilineo che solo d’estate si può percorrere senza preoccupazioni. L’asfalto ha preso il colore marrone brunito della distesa, che è lunga (sembra poco, a percorrerla con un’auto, ma sono venti chilometri) e piena di insidie, non soltanto delle bufere, persino in ottobre, come quella che ha lasciato il segno con la morte di due pastorelli sulle spalle del padre e di cinquemila pecore, il 13 ottobre 1919. Si sale (anche) dal lago Raccollo, pieno di rospi nei venti giorni di caldo intenso a luglio oppure ad agosto; il luogo, una volta raggiunto, riserva sorprese non archeologiche, come una fitta produzione di funghi che l’intraprendente Francoise raccoglieva per sostenere le fettuccine e le pietanze “da Clara” a Calascio.

Su quei ruderi, tranne che in rare giornate, fischia continuo il vento che viene dai Balcani: sembra che le pareti della chiesa non siano state abbattute da un terremoto, ma da quell’impeto d’aria, che un po’ alla volta le ha scarnificate. Non si riesce a capire come i frati, che si raggomitolavano in queste stanze per lunghi inverni, abbiano potuto parlare ed ascoltarsi con una monotona sinfonia di fondo, sempre uguale e lamentosa. Ma i frati, si sa, preferivano tacere e avere poche relazioni.

Qui c’era un cenacolo, uno di quelli raccontati e fotografati nel monumentale “Dall’eremo al cenobio” con il sottotitolo “La civiltà monastica in Italia dalle origini all’età di Dante”, edito da “Libri Scheiwiller” nel 1989 per la collana di studi  “Antica Madre” e i tipi Garzanti a cura di Giovanni Pugliese Carratelli: “in questo edificio è ancora bene individuabile la struttura della cappella a navata unica che costituiva uno dei lati del grande cortile interno, intorno al quale si disponevano vari edifici riservati sia al lavoro, sia all’abitazione dei conversi” (la pagina con le due immagini è ripresa dal volume).

Ora sappiamo che fin qui sono giunte le ceramiche di Anversa degli Abruzzi, secondo quelle connessioni legate alla pastorizia e certamente al culto dei santi: al lavoro incessante e all’incessante desiderio di scorgere una protezione spirituale, dopo San Benedetto e prima che di questo mondo si rendesse interprete concreto e dolorante Teofilo Patini.

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