LA FOLLIA CENTENARIA DELL’EUROPA E A ROCCARASO UN SACRARIO PER CHI NE FU VITTIMA
29 GIUGNO 2014 – Le giornate del “Ricordo e del Ritorno”, organizzate dall’”Opera nazionale dei Caduti senza Croce” sono tante, ormai si succedono ogni ultima domenica di giugno; ed è una fitta al cuore vedere meno pullman, meno familiari a sentire la messa, poche autorità, talvolta neanche un sottosegretario alla Difesa, meno che meno un presidente di Regione. Per questo, per non vedere la sottile agonia di un rito che è unico in tutta Italia, siamo andati a Monte Zurrone di notte fonda, il giorno prima della Messa, che quest’anno ha coinciso con il centenario dell’ attentato al principe ereditario Francesco Ferdinando a Sarajevo. E’ da quei due colpi di pistola di Gavrino Princip che si scatenò l’”inutile strage” (come la definì Benedetto XV) e, se non si capisce come un continente possa correre alle armi con tale frenesia, non si capisce nemmeno come possano rimanere senza croce i morti di tutte le guerre, qui a Monte Zurrone ricordati solo con una cerimonia spirituale, una piccola simbolica sepoltura che si ripete ogni anno e che ha sempre meno benedizioni, meno lacrime.
C’è una atmosfera surreale: sull’altare sono fissate alcune coccarde tricolori, le bandiere nuove e dai colori intensi sono agitate dal solito vento gelido dell’Altopiano, i cento scalini bianchi che portano dall’altare alle urne di terra riflettono quel poco di luce che viene dal cielo. E’ una Redipuglia in miniatura, ma qui l’abisso del dolore è più forte, perché va oltre anche l’immaginazione del cantautore, del Fabrizio de Andrè che cerca di convincere Piero a non andare in guerra, a fermarsi per ricordare le voci dei morti in battaglia: ”Chi diede la vita ebbe in cambio una croce”. Neanche una croce hanno avuto i marinai che sulle scialuppe delle corazzate mangiarono la suola delle scarpe perché conteneva componenti animali da spezzare la fame; o gli alpini della Julia dei quali di tanto in tanto si ritrovano i piastrini. Per questo il Sacrario di Monte Zurrone va oltre la fantasia del poeta e cerca di soddisfare un imperativo forte dai tempi degli Antichi, per i quali le anime di chi non aveva sepoltura continuano a vagare.
Cento anni fa si chiudeva la giornata terrena di due giovani sposi felici, i primi morti della prima guerra mondiale: Francesco Ferdinando, pur di sposarsi con lei, aveva acconsentito a non far chiamare la moglie “imperatrice” e a non considerare eredi al trono i figli che lei gli avrebbe dato. Di loro, giovani sbranati dalla follia generale, si può e si deve parlare in giornate come queste, per i modi con i quali l’Austria cercò il conflitto, per gli interessi cinici che l’Europa perseguì con lucida determinazione.
Con molta attenzione e con molte “giornate del ricordo e del ritorno” si potrebbe forse evitare di credere all’esistenza di armi di distruzione di massa, cioè alla bugia che gli USA hanno adoperato per invadere l’Iraq, oppure alle manovre sulla Crimea, oppure alla guerra santa ai terroristi sulle rocce dell’Afghanistan.
Insomma, si potrebbe preservare la pace, tenendo conto che poi, a cercarli, tutti questi soldati senza croce si finisce per non trovarli più e forse molti di loro questo tipo di croci non le vorrebbero neanche, se hanno dato una vita che non si può scambiare con un simbolo.







