A MARGINE DI UNA ARDITA RICERCA ARALDICA
5 GENNAIO 2015 – Con quante “z” si ronfa a Palazzo Mazara?
Se lo chiedevano, spaesati, due spiriti dei marchesi che, da quando è stato ricostruito il loro cognome, non sanno più se appartengono al ramo di una “zeta” o a quello di due “zeta”. E così, uscendo dalla fantasmagorica stanza del giudizio di Paride (nella foto in basso), si sono avviati lungo la scalinata per vedere dall’alto la città che governavano illo tempore.
“Ma come ci hanno ridotto questo palazzo? – domanda uno all’altro – Duecentocinquanta anni fa era una reggia di Caserta in miniatura. C’era tutta la terrazza dedicata alla serra di piante rare: più di 400 mq ricoperti e tenuti meglio di come si tiene un giardino botanico. E le carrozze con quattro e sei cavalli, che restavano nel Palazzo il tempo di far scendere o salire noi marchesi, per poi proseguire da o per il palazzo della Cavallerizza. Insomma un paradiso per tutti noi, soprattutto per Don Vincenzo che parlava direttamente con il Re. Guarda, questi decori della Sala gialla, che riprendono le scene della mitologia, dei tempi di Febo. Poi qualcuno s’è alzato una mattina e ha cominciato a teorizzare che si doveva dire Febbo e non Febo; e sono venuti i tempi di Febbo, Gianni, il comandante del Corpo di Polizia municipale. Ci siamo distratti un attimo e si è presa la stanza più bella, quella con il parquet di cinque legni diversi; li avevamo scelti per garantire un’eterna policromia, senza ritocchi, senza tinte aggiunte, dall’ulivo al ciliegio, al noce, alla quercia, al frassino. E, così, raddoppiando la consonante del nuovo padrone, non s’è raddoppiato lo splendore; anzi…”.
“Ma, vedi, in quanto a raddoppio delle consonanti – gli risponde l’altro – non è che sia andata meglio con l’assessore che nel Natale 1983 aprì tutte le porte e i portoni per fare cultura. Che spifferi in tutto il Palazzo! Non ci siamo ripresi più dagli acciacchi di quell’inverno: e pure lì, nel cognome si sommarono due “zeta”, quando una ne bastava: Iezi sarebbe stato più innocuo, anche perché poteva far pensare che fosse persona diversa dal direttore del Nucleo Industriale”.
“Ma, scusa, se era direttore del Nucleo industriale, che c’entrava con l’assessorato al Comune?”
“E vaglielo a chiedere. Pare sia stato un manager prestato alla politica, così si diceva. Ma poi, come qualche prestito della Banca Agricola, non è stato più restituito dalla politica alla managerialità”.
“Senti, mi spieghi questa storia della ricerca documentale fatta sul nostro cognome? Io non sapevo granchè e non mi ponevo grandi problemi: veniamo da Mazara del Vallo, mica da Mazzara del Vallo; abbiamo pure un elefante nello stemma, chi non ci crede può andare al nostro castello di Torre de’ Passeri”.
“Ma sì, dev’esserci stato qualcosa nell’Ottocento, qualche incomprensione, forse solo l’esigenza di distinguersi. Poi, questa aggiunta di “zeta” qua e là, come faceva Zorro…Non mi pare sia il caso di farne uno studio e riformare le usanze; in questo palazzo c’era don Panfilo, che firmava Mazara, c’era stato suo padre, Domenicantonio, che firmava Mazara e tutto filava nel modo nel quale doveva filare. E poi a Torre de’ Passeri c’è Piazza Mazara. Ma tendi l’orecchio: chi è che ronfa con tutte queste zzzzzzzzzzzz ?”
“Dev’essere qualcuno che ci abita, speriamo che ronfando metta sempre il numero giusto di zeta, sennò la Deputazione di Storia Patria finirà per svegliarlo e rimproverarlo di non sapere con quante zeta si dorme a Palazzo Mazzzzzzara”
000
Pubblichiamo sul tema un intervento di Fabio Maiorano, che ripercorre le fasi del cognome della nobile famiglia a Sulmona:
“Colloquio immaginario con uno “spirito galantuomo”
Illustre marchese Mazzara,
mi spiace contraddirla, ma lei sa benissimo che la sua famiglia non ha nulla da spartire con la città di Mazara del Vallo; e sa bene che i suoi antenati siciliani vantarono nobiltà a Palermo, Siracusa, Modica, Noto e Scicli, ma non a Mazara del Vallo, come attestano i maggiori storici siciliani. Eppure, questa leggenda metropolitana – mai documentata – continua ancora a mietere vittime. Come lei sa bene e come ha dimostrato l’insigne storico e araldista Goffredo Di Crollalanza, che al suo casato ha dedicato una monografia, il cognome Mazzara deriva dall’omonimo vocabolo – mazzara – che in dialetto siciliano significa mazzeranga o mazzarenga, sinonimo di mazzapicchio e battiterra, ‘l’attrezzo troncoconico di legno, cerchiato di ferro, usato per costipare il terreno e per assestare i selci e il pietrame nelle costruzioni stradali’; in araldica, la mazzara si rappresenta con una punta di nero, la stessa pezza che compare in entrambi gli stemmi “parlanti” che anche a Sulmona connotano la famiglia Mazzara. All’Archivio di Stato di Sulmona ho scovato e fotografato il suo autografo: è su un documento del 26 dicembre 1744, otto mesi dopo che re Carlo III la nominò marchese di Torre de’ Passeri, titolo che lei esibisce con orgoglio accanto al suo cognome con due “zeta”.
Ora, però, sarei sorpreso se anche lei cominciasse a vacillare su quelle “zeta”, delle quali è sempre stato fiero. Qualcuno dei suoi parenti, però, quella doppia “zeta” non l’ha proprio digerita: forse il cognome Mazara è più snob, suona meglio, è meno provinciale? Non so rispondere. So soltanto che la storia familiare e la verità dei fatti non si possono cambiare, né rinnegare. In ultimo, signor marchese, mi compiaccio per la scelta di porre la testa dell’elefante sul suo elmo, come cimiero, la stessa figura che adottò re Ladislao II d’Angiò Durazzo: un cimiero importante e degno del suo rango, signor marchese, che è un ornamento esteriore del blasone da non confondere con lo stemma; perché il cimiero, come lei sa benissimo, signor marchese, si pone al di sopra dello stemma, non all’interno dello scudo.
Suo devotissimo Fabio Maiorano”
Ringraziamo Fabio Maiorano per la consueta precisione; certamente, non c’è bisogno di sottolinearlo, quello che i due spiriti dicevano nell’immaginario colloquio non può esprimere l’opinione, sul punto, della Famiglia Mazzara (poi Mazara). Purtroppo non la conosciamo per non aver mai conosciuto gli epigoni del casato. E’ stato un modo di evocare persone e situazioni consegnate alla storia di Sulmona, in un’epoca felice durante la quale si costruì un palazzo al centro della città per la intraprendenza e lo spirito artistico di una aristocrazia davvero rappresentativa del “governo dei migliori”: un palazzo che di recente, sulle colonne del “Centro” per la firma di Giovanni D’Alessandro, è stato definito “il più bel palazzo d’Abruzzo“.







