DA PROFESSIONE ARISTOCRATICA A PROFESSIONE DI MASSA

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Come cambia la toga dell’avvocato – A colloquio con un noto penalista del Foro di Sulmona

L’avv. Giovanni Margiotta ha circa 75 anni e si è iscritto all’Ordine degli Avvocati di Sulmona dagli anni Sessanta. All’epoca, gli iscritti all’Ordine erano poco più di trenta, in confronto agli oltre duecento di adesso; erano per lo più professionisti di una certa età, mentre adesso prevalgono di gran lunga i giovani al di sotto dei cinquanta anni. Sulla evoluzione del ruolo dell’avvocatura a Sulmona gli abbiamo posto alcune domande.

Il 2 marzo scorso “Il Sole 24 ore” ha pubblicato, a firma di Maria Carla De Cesari, un lungo servizio sul panorama delle professioni in Italia, sotto i profili della applicazione dei principi, della relazione con i giudici, del rischio che personalmente ogni professionista deve sostenere per i compiti diversi che la legge ha assegnato. Si rileva un “mancato governo delle trasformazioni  delle professioni, che in questi anni hanno visto moltiplicare gli iscritti. Gli avvocati sono arrivati a registrare circa 220 mila abilitati. I commercialisti sono circa 110 mila. Si è passati dalla professione-aristocrazia alla professione di massa, senza che i meccanismi di controllo venissero ritarati”. C’è davvero un disorientamento, anche nelle piccole realtà cittadine ?

Sicuro che c’è disorientamento, anche nelle piccole realtà coma la nostra. Ed è il disorientamento che si determina all’interno di un ceto professionale che non è riuscito a pretendere con sufficiente forza e quindi a conseguire un effettivo e completo governo delle trasformazioni all’interno delle profondissime trasformazioni che invece hanno investito la comunità, dentro la quale l’avvocato è chiamato a vivere e ad operare professionalmente.

A parte la composizione delle commissioni esaminatrici, qualche marginale modifica che ha interessato le modalità di svolgimento dell’esame di abilitazione alla professionale, che ha però conservato la sostanza di un riscontro degli studi universitari, l’abolizione della figura del procuratore e qualche altro ulteriore e marginale ritocco più di cosmesi che di contenuto, l’avvocato è restato sul piano formale quello che dispiegava la propria attività nel corpo di una società agro-pastorale fine ottocento.

Il che ha comportato a sua volta, come corollario inevitabile, non solo una sempre più marcata marginalizzazione del nostro ruolo ma anche, e paradossalmente, un aumento a dismisura degli esercenti l’avvocatura.

Il numero degli iscritti al Foro di Roma sembra pari, se non superiore, al numero degli avvocati esercenti in tutta la Francia!.

Si tratta di un fenomeno generato da una molteplicità di cause, sia ben chiaro, ma tra esse non può non essere annoverata, in via senz’altro primaria,  quella marginalizzazione di cui parlavo e che ha finito per trasformare la “professione-aristocrazia” in “professionale di massa” senza che i meccanismi di controllo venissero “ritarati”, tanto per restare al lessico di quel servizio.

In altre parole, la società si è trasformata, sotto alcuni profili anche tumultuosamente ed il ruolo che l’avvocato è chiamato a svolgervi radicalmente mutato, senza che però la formazione, i criteri di selezione per l’ammissione all’esercizio della professione, le regole deontologiche, i rapporti con la magistratura, le stesse modalità di esercizio la professione siano stati a loro volta adeguati alle nuove realtà: il pensiero corre immediatamente, e con raccapriccio, alla paleolitica, ma anche patetica, figura del difensore d’ufficio!

Lo stesso ‘nuovo’ processo penale, che ha decretato l’archiviazione del vecchio sistema inquisitorio sostituendolo con un più moderno sistema invece accusatorio, almeno tendenzialmente, ha indotto l’avvocatura a riformarsi o almeno a pretendere di essere riformata per adeguarsi alle diverse prerogative che tale sistema importato dai paesi a cultura anglosassone impone al difensore.

Tale discrasia e la conseguente progressiva  marginalizzazione, tanto inevitabile quanto inesorabile, di cui parlavo sono la causa, e non certo l’effetto, del complessivo svilimento della figura dell’avvocatura, un tempo apprezzata ala marciante sia nella cultura sia nella politica della comunità ed ora professione-parcheggio in attesa di una più dignitosa sistemazione nel ventre flaccido ma accogliente di una delle tante strutture pubbliche.

Per gli adempimenti delle leggi sull’antiriciclaggio e sulla privacy l’avvocato sembra quasi essere diventato un controllore del proprio cliente. Un avvocato di Reggio Calabria, Nico D’Ascola, a proposito dei primi, parla di “compiti investigativi prima di competenza dell’amministrazione. Il professionista è chiamato a segnalare il proprio cliente, nel caso lo ritenga autore di un’operazione sospetta”. Può conservarsi il rapporto di fiducia, soprattutto in una piccola città ?

Naturalmente, lo Stato ha profittato di tale condizione dell’avvocatura per demandare ad essa l’assolvimento di compiti e funzioni che invece dello Stato sono proprie, così assumendo un libero professionista a proprio braccio operativo per l’espletamento di servizi di occhiute investigazioni e di denuncia ontologicamente estranei all’esercizio dell’avvocatura medesima della quale invero la toga simboleggia l’ impunità a tutela delle libertà del singolo nell’ambito di uno stato di diritto.

Compiti e funzioni che, ovviamente, minano alla base il rapporto di stretta fiducia tra l’avvocato ed il cittadino che sollecita il primo ad una attività difensiva e non certamente ad una denuncia nei suoi confronti.

Tanto più in una piccola comunità come quella in cui viviamo ed operiamo, nel rapporto originariamente fiduciario introducendo deleteri elementi di sospetti da cui la professione di avvocato, già tanto duramente ferita e compromessa dall’‘azzeccagarbugli’ del buon ‘don Lisander’, non può che trarre ulteriori nocumenti.

Qual è il lavoro degli avvocati in una città a bassa incidenza di criminalità e in una crisi economica con pochi precedenti?

Lavoro modesto, naturalmente, e di scarse soddisfazioni di carattere economico, ma questo non implica affatto prestazioni professionali di qualità scadente.

L’impegno professionale, lo studio degli atti, delle ‘carte’ di causa, l’approfondimento,la ricerca giurisprudenziale devono essere necessariamente, ed in ogni caso, al massimo, e ciò indipendentemente dalla ‘qualità’ del lavoro al quale l’avvocato attende difensivamente.

Quanto al penale, la nostra è, stavo per dire purtroppo …, un’isola felice, mentre nel civile la grave crisi economica ha reso meno attive, meno vivaci le locali dinamiche economico-produttive, e tanto non può non riflettersi negativamente in tutti i settori, tra i quali l’esercizio dell’avvocatura, ma purtroppo il nostro circondario non sembra trovare la forza di rilanciarsi, fatte ovviamente salve le eccezioni che fortunatamente alcune aree a forte vocazione turistica fanno registrare!

E’ giusto l’accesso al gratuito patrocinio senza neppure un vaglio sulla fondatezza delle azioni che si intendono sostenere ?

Il problema esiste ed è delicato: chi attraverso l’istituto del gratuito patrocinio assume su di sé i costi di un giudizio, nella specie lo Stato, dovrebbe avere il diritto-dovere di previamente delibare la fondatezza delle ragioni che si intendono dedurre nel giudizio medesimo.

Mi sembra un principio assolutamente corretto, ma applicato alla materia introdurrebbe dei profili di legittimità costituzionale, almeno a mio sommesso avviso, in quanto costituirebbe il cittadino non abbiente in una sorta di ‘sovranità limitata’ così comprimendo rilevantemente il suo diritto alla tutela giurisdizionale.

L’avvocato può ancora costituire il lievito per una società che si organizza su modelli sempre più tecnici e settoriali ?

Sì. Io ne sono profondamente convinto perché  anche una comunità organizzata su modelli sempre più tecnici e settoriali non può rinunciare all’apporto dell’intelligenza e della cultura che affonda le proprie radici, alimentandosene quotidianamente, nelle scienze umanistiche e giuridiche, quale certamente è quella dell’esercente forense.

Gli stessi modelli organizzativi tecnici e settoriali, infatti, hanno necessità di collocarsi e di articolarsi all’interno di una comunità e per conseguire questo obiettivo resta irrinunciabile il ruolo dell’operatore del diritto che tale collocazione e tale articolazione deve comporre alla stregua delle regole delle e dei parametri delle scienze giuridiche.

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