DAI FASCI GARIBALDINI A QUELLI DEL DUCE SCAVALCANDO LA DIPLOMAZIA

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Le imprese militari e quelle di “pace” dal 1861 ad oggi

Forse dopo tanto tempo si può riscrivere una Storia d’Italia che sia veramente matura e che cerchi di interpretare tutta l’evoluzione del patriottismo risorgimentale. Il filo conduttore potrebbe passare anche attraverso il nazionalismo e il militarismo ad oltranza, figli di quella parte di risorgimento che è sfuggita alla diplomazia (o che è stata da questa strumentalizzata). Per esempio, Arrigo Petacco, nel suo recentissimo “O Roma o morte” (Mondadori, ottobre 2010),individua quanti semi fossero rinvenibili nella impostazione garibaldina, che si rifaceva, incredibile a dirsi, ai fasci romani qualche decennio prima della esplosione del fascismo (“Ossia un fascio di verghe che, singolarmente, potevano essere spezzate, ma unite insieme sarebbero risultate invulnerabili. Questa metafora di facile comprensione sarà adottata, come è noto, da Mussolini, il quale, in confessata imitazione di Garibaldi, adotterà anche la camicia (nera invece che rossa) e il saluto romano. Inoltre sceglierà il titolo di “Duce” ricordando che i garibaldini lo usavano riferendosi al loro condottiero” (pag. 30).

Ma non si può fare a meno di chiedersi come e perchè le giovani donne stendessero sui muri dei paesi remoti le scritte che inneggiavano alla partenza dei loro coetanei, comprimendo le angosce per un ritorno incerto dalle terre d’Africa o di Russia. La foto del titolo riprende quello che ancora oggi, dopo più di 80 anni, si legge a Gagliano Aterno, lungo una delle tante strade abbandonate dall’esodo dirompente degli anni Cinquanta. E la spiegazione può venire da quel tono aulico e piuttosto incongruo per la gioventù del paesino: “baldo” sarà il termine di qualche gerarca toscaneggiante, non di un abruzzese; “cingere” sarà stata una superfetazione dannunziana. Monumenti da salvare anche queste scritte, se non altro per un monito contro l’esaltazione guidata dall’alto. Anche, per esempio, contro le missioni di pace in Afghanistan, che servono solo come supporto al nuovo corso di una fazione sull’altra, uscita vincitrice da elezioni di dubbia regolarità, a sostegno di un assetto governativo e, quindi, missioni di polizia, più che militari e di pace.

Morire per la patria è bello certamente: lo sostenevano anche i classici. Ma il mandare al fronte chi non ci voleva andare e creare la poetica del “pensiero organico”, contro il quale è disdicevole ribellarsi, può essere anche delittuoso.