Dalla parte del professore

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Lucio-Dalla-C1 MARZO 2012 – La musica di Lucio Dalla è immensa, come e più del mare che canta; la delicatezza del vestito ogni giorno più corto della donna che aveva amato l’uomo venuto dal mare è forse insuperabile. Ma non tutto è stato apprezzato dal primo momento, nell’avventura del Dalla protagonista di concerti ad ogni angolo d’Italia. Nella foto: Lucio Dalla

Sostenuto da tutto l’apparato dell’Unità per le “feste” del giornale che erano un rito sacerdotale per il PCI, a Sulmona nel 1975 lanciò la bellissima “Itaca”, che gli portò fortuna. La scena la ricordano ancora quelli che oggi non possono infiammarsi più nel PD di Bersani:  fedelissimi in Piazza Garibaldi, all’indomani della svolta delle amministrative di Roma, quando Berlinguer era ad un soffio da Palazzo Chigi e prima che il monolite democristiano si allargasse in mille “distinguo” sull’anticomunismo fondante, per approvare alla fine il pentapartito e deglutire nel proprio ventre di “balena bianca” tutte le istanze di rinnovamento. Una vera ovazione al termine del concerto, come davanti ad una fabbrica quando un reparto decideva di aderire allo sciopero nell’autunno caldo del 1969. E lui, piccolo e sudato, istrione e maestro di note e di poesia.

 

Al momento di pagare, i giovani avrebbero dato anche il doppio di quelle 600.000 lire chieste. Fu un altero uomo di partito, capo-popolo e trascinatore dall’oratoria fluente e colta, ma al tempo stesso molto popolare, accattivante e astuta, a gettare acqua. “Seicentomila lire???” domandò sbigottito. “Ma lo sapete quante sono 600.000 lire?” insistette Carlo Autiero, incontrastato dominatore della falce e martello. Quelli della FIGC (federazione italiana giovani comunisti; nota di redattore per chi ha conosciuto il PCI da Occhetto in poi e quindi è portato ad escludere che ci siano stati giovani a cibarsi di quella melassa, oppure del “ma anche” di Veltroni) non osavano contrastare il decano, anche perchè chi ci aveva provato qualche volta era rimasto fulminato. E ce n’era ben donde, perchè quel capo era una testimonianza vivente di coerenza e di sacrificio.

“Ma lo sapete quanto guadagna un professore?” incalzava, incredulo di tanto cachet.

Ohibò, che termine di paragone insolito: all’ombra delle bandiere rosse, qualcuno si chiedeva perchè non fosse stato preso a confronto il magrissimo salario di un operaio, oltre tutto sulla scia della migliore tradizione marxista. Solo a distanza, relativizzando, qualcuno percepì i reconditi motivi del raffronto: bastava pensare al lavoro che aveva sempre svolto lui, il prof. Autiero, imprevedibile, irascibile, caro Braccio di Ferro del popolo rosso sulmonese.