RACCONTI DELLA BUFERA – E il carabiniere si ingelosì delle lodi alla Scuola di Polizia di Moena

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L’eccezionale foto della signora appena trovata nella bufera

RETROSCENA CHE SI POSSONO RACCONTARE OGGI

25 FEBBRAIO 2018 – Ai benevoli lettori che si sono appassionati per una notizia di cronaca di 45 anni fa (l’avventura di due coniugi baresi dispersi per due notti e un giorno sulle nevi dell’Aremogna, cui si fa riferimento nell’articolo su confetti avvolti dalle pagine dei giornali nella sezione CULTURA di questo sito) raccontiamo l’altro pezzo di storia, che è storia tutta giornalistica, cioè di retroscena di un apparato che funzionava come un orologio, ma doveva rispettare ritmi talvolta davvero ardui, oggi impensabili anche con le tecniche più raffinate. Dunque all’alba del secondo giorno di ricerche i camion dei trasportatori di giornali portavano da Roma la notizia che la Polizia di Stato, con le pattuglie speciali della Scuola di Moena, si era messa sulle tracce della coppia.

Il cronista che gongolava

Dalla redazione del “Tempo” di Sulmona giunse una telefonata all’Hotel Paradiso, dove si era attestato il quartier generale delle ricerche e il cronista chiese se fosse vero che almeno il marito era stato ritrovato. “Se lo faccia dire da quelli della Scuola di Moena !” strillò un inviperito interlocutore, che a quel punto non poteva che essere un carabiniere. Un paio d’anni dopo a rivelarci a quattr’occhi chi fosse il furente militare fu il corrispondente del Messaggero di Sulmona, Antonio Mancini, che si era trovato nella stessa stanza e rivelò, appunto, che si era trattato del capitano Fedele Stanca, comandante della Compagnia, in persona. E gongolava; oh se gongolava, soprattutto perché la fierezza di carabiniere aveva portato l’ufficiale a sbattere il telefono in faccia al cronista e, quindi, erano precluse le vie ad ogni altro tipo di informazione dalla “Benemerita”. A quel punto dare i particolari di come avevano passato le due notti i dispersi (lei aveva una gamba con una frattura e si era rifugiata in una specie di grotta, sentendo non lontani i lupi) era come tirare i rigori.

I sorpassi sui rettilinei ad Alfedena

Ma non aveva fatto i conti con l’apparato redazionale del “Tempo” che, sebbene svantaggiato da questa impuntatura del capitano, si attrezzò con il fotografo Sebastiano Marini.  Come raccontiamo in altro articolo di questo sito, a bordo della sua “Alfetta” giunse a Scontrone dove la donna era stata portata, la riprese mentre veniva imbarcata sull’ambulanza, cogliendone sul viso, ed immortalandoli, i segni di una stanchezza profonda, ma di una gioia infinita; risalì sull’Alfetta, si dette all’inseguimento dell’ambulanza, che superò sul rettilineo tra Alfedena e Castel di Sangro, mentre guidava con una mano e con l’altra cambiava il rullino alla “Linof”; arrivò primo all’ospedale di Castel di Sangro e riprese la donna che veniva scaricata dall’ambulanza e avviata al reparto per i primi soccorsi. Tutto senza essere retribuito, ma solo per il piacere di fare bene il proprio mestiere e per l’utilità (secondaria) di farsi pubblicità sul giornale (molto secondaria, perché i suoi interessi ormai vertevano solo sui servizi matrimoniali e di fotogiornalismo sarebbe morto di fame a Sulmona); tutto per meritare l’intera prima pagina dell’edizione regionale del 4 febbraio 1973 sotto il titolo a nove colonne “Avventura a lieto fine”.