Giudice di origini abruzzesi, forte e gentile

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Una Corte di BostonVIAGGIO TRA LE NUOVE GENERAZIONI DEGLI EMIGRATI DI BOSTON

14 MARZO 2013 – Il giudice di Sommerville parla agli avvocati con cortesia asciutta e tiene lo stesso tono di voce con gli imputati.

Svolge l’ udienza in una sala grande e arredata con molti pannelli di legno sulle pareti, con una separazione netta tra la zona del pubblico e quella riservata alle parti, ai difensori e alla giuria. L’acustica e’ perfetta, tutti parlano a bassa voce, le parole del giudice non passano in nessun microfono. L’ingresso degli imputati, sei giovani dalle facce spaurite, ma accusati di rapina, non desta nessuna emozione, almeno apparente. Vanno a sedersi in fila sul banco a destra del giudice, abbastanza vicini a lui. Sono in manette e nessuno invita I poliziotti ad aprirle: rispondono di un fatto violento e l’America e’ troppo oppressa dalla prepotenza della malavita. Eppure siamo a venti chilometri da Boston, figuriamoci quello che potrebbe essere a Los Angeles.

 Nell’aula a fianco, molto piccola, un imputato per un incidente stradale e’ sottoposto al fuoco di fila delle domande dell’accusa e ogni tanto viene ripreso dal giudice che lo diffida in modo spiccio a rispondere esattamente alle domande e a non tergiversare.Chiede scusa piu’ volte, ha il morale a terra. Si ha l’impressione che il contatto con I giudici atterrisca gli americani; non ci vuole molto per sconfinare nell’”oltraggio alla corte”. Sarebbe errato, pero’, pensare che la giustizia viene amministrata da persone gelide o ciniche: lo stesso giudice delle rapine, che ha sangue irlandese, ci ha ricevuto prima del processo e con gioia ha ricordato che la madre era abruzzese. Lo ha fatto come per esibire una credenziale superiore alle altre, quasi un passaporto internazionale. Non sarebbe cosi’ se la gente d’Abruzzo non avesse costruito pezzo per pezzo la societa’ di Boston, a piu’ riprese, dai palazzi alle istituzioni, dall’imprenditoria alla scuola: a meta’ con un’altra componente nazionale: quella irlandese, appunto. In un viaggio a Boston si incontrano tante persone che hanno un filo di collegamento con l’Abruzzo che si e’ indotti quasi a credere che la vera regione d’Abruzzo si sia definitivamente trasferita qui, con le sue energie, le sue idee, anche le sue tradizioni.

 E si e’ portati a chiedersi se li’, tra il Gran Sasso e la Majella, non siano rimaste altro che le radici, la storia, troppo forti per essere estirpate, troppo fragili per dare nuova linfa al futuro, sottoposte a brutali potature in piu’ riprese dall’ultimo decennio dell’800 all’ultimo quarto di 900.