I fanghi del drenaggio del Porto di Pescara finiscono a Sulmona

418

Una parte dell’impianto di “Noce Mattei”

E ANDREA GEROSOLIMO NON ALLESTISCE LE PROTESTE SPERIMENTATE PER LA SPARTIZIONE DEL POTERE NELLA GIUNTA

27 DICEMBRE 2017- La Regione Abruzzo, tramite il suo Presidente Luciano D’Alfonso, ha esercitato la facoltà di collocare una quota di rifiuti nell’impianto di “Noce Mattei”, all’ingresso del Parco nazionale della Majella e a tre chilometri dal centro abitato di Sulmona. Tali rifiuti consistono nei fanghi che sono stati rimossi dal porto-canale di Pescara e che non è stato possibile collocare altrove (secondo quanto affermato). Il provvedimento di D’Alfonso è conseguente alla urgenza e consente di operare in deroga alla attuale disciplina

L’impianto di “Noce Mattei” si sta dimostrando per quello che era nelle premesse venti anni fa: un polo di attrazione dei peggiori scarichi che dall’Abruzzo, ma anche da Roma nei momenti di maggiore crisi della discarica di Malagrotta, non trovano altro contesto di debolezze politico-rappresentative del territorio. C’è da dire, anzi, che proprio l’articolazione del funzionamento di “Noce Mattei” conteneva in sé le prevedibili evoluzioni che oggi si confermano: la tutela delle risorse naturalistico-ambientali è l’ultima preoccupazione che gli amministratori di questa città, in particolare i sindaci degli ultimi venti anni, hanno avuto quando si è trattato in sostanza di trasformare l’impianto di trattamento dei rifiuti in un luogo nel quale destinare i rifiuti che non sono sottoposti ad alcun trattamento. E così i veleni della discarica “europea” di Bussi risalgono dalla foce del Pescara al territorio del Comune di Sulmona e lì rimarranno per centinaia di anni, non si sa in quali condizioni di sicurezza per evitare l’inquinamento della falda che dalla Majella reca proprio al centro della Valle Peligna. Un peso preponderante di questa farsesca conclusione della vicenda di “Noce Mattei” ha avuto la ossessiva ripetizione della necessità di salvaguardare i posti di lavoro, che è l’ultima idiozia del terzo millennio, laddove per conservare dieci o venti posti di lavoro si inquina una intera quota del territorio regionale. In questa scempiaggine hanno avuto ed hanno parte attiva i sindacati dei lavoratori, ai quali è inutile ripetere che il diritto dei cittadini a non avere il loro territorio inquinato per i prossimi cento o trecento anni è prevalente su quello di una o di venti famiglie che intendono lavorare in questo territorio. Sulmona è stata spogliata dai suoi ultimi dieci o undici sindaci del diritto ad essere il cuore verde dell’Abruzzo e, quindi, dell’Italia per questa inconcepibile corsa a tutelare il lavoro di venti o trenta persone e il conformismo dilagante impedisce di dare la giusta prevalenza alla tutela della vita piuttosto che alla tutela del lavoro, che tutt’al più è una parte della vita e non può risolversi in una priorità assoluta; le tragedie di Taranto e di molte altre zone contaminate irreversibilmente dagli insediamenti industriali ne sono una prova.

Una responsabilità che concorre con quella degli amministratori sulmonesi attaccati stoltamente alla tutela dei livelli occupazionali in danno della dignità della salute e della vita è la responsabilità di coloro che hanno votato persone come Andrea Gerosolimo che oggi fa parte della giunta regionale il cui primo responsabile ha deciso la destinazione di questi fanghi: persone che hanno avuto l’ardire di contrastare Luciano D’Alfonso per questioni di gretta ripartizione del potere disertando talvolta la giunta e talaltra il consiglio regionale, ma non dicono nulla in ordine allo scempio di una discarica che sta portando veleni nel cuore del territorio sulmonese. Andrea Gerosolimo, anzi, per quello che riguarda la centrale di compressione del metanodotto, non ha saputo dire altro che si ripropone un “momento di riflessione”: intanto che avrà finito di riflettere Sulmona avrà già il metanodotto e la centrale di compressione. Se questi sono i personaggi, responsabili quanto loro sono quelli che li hanno eletti e che li vanno sostenendo perché pensano di potersi preparare a riscuotere i frutti del consolidamento del loro seguito elettorale