Il dono di San Martino e quello dei ricchi in spirito

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SETTECENTO ANNI DI ELEMOSINE NELLA STORIA DELL'”ANNUNZIATA”: UN ALTRO LIBRO

11 NOVEMBRE 2013 – San Martino di Tours, come si vede anche nel portale di San Filippo Neri, tagliò il suo mantello per dividerlo con un mendicante che quasi giaceva esanime al bordo della strada;

lo riscaldò e per questo l’11 novembre si favoleggia della piccola, ma gratificante estate di San Martino. Deve aver ripreso da questa leggenda quella laica della piccola fiammiferaia. L’una e l’altra contengono il significato di un dono per alleviare il disagio. Con questa impostazione sono sorte le più grandi istituzioni di soccorso, quasi a voler tradurre nella realtà l’aspirazione di sempre degli animi nobili, non di quelli che vivono per sottrarre. L’attenzione degli storici non ha potuto non rivolgersi su quegli enti nati e cresciuti per.. donare una parte del mantello dei ricchi, come ricco era il Martino cavaliere, conferma vivente che l’idea del peccato non è connaturata a quella del denaro: tutto sta a vedere i fini ai quali è rivolto l’uso o anche l’accumulo del denaro. E tra gli enti più grandi e celebrati del Regno di Napoli è di certo la “Casa Santa dell’Annunziata”, fatta oggetto di centinaia di studi e di raccolte. L’ultima fatica è di Ezio Mattiocco, che non si è spaventato nell’intraprendere lo studio di 650 anni, tanti ne ha passati in rassegna per il volume “Il patrimonio immobiliare della Casa Santa dell’Annunziata di Sulmona attraverso i secoli”. Lo presenterà sabato 23 novembre il Presidente della “Casa”, avv. Luigi Di Massa.

Prima di poter leggere questa ennesima monografia, e per dare una idea della complessa dotazione del “pio ente”, si potrebbero richiamare gli scritti del dott. Concezio Alicandri-Ciufelli e del dott. Alberto Tanturri, tra i più recenti dei tanti che hanno costellato i secoli di prosperità e crisi dell’”Ospedale”. La “Casa Santa dell’Annunziata” ha dato nome all’attuale nosocomio peligno, ma è stata ben più potente e ricca di una qualsiasi Azienda sanitaria locale; si è fortificata con la cura delle pecore, cioè con la più potente industria nei tempi nei quali l’industria non era ancora un concetto chiaro; ma anche con una industria molto vituperata dai luterani, cioè quella della celebrazione delle messe.

Tanturri ce ne dà cifre e curiosità: con il costo di una “messa piana” in un carlino e di una messa cantata in cinque carlini: migliaia di funzioni sacre da distribuire per tutto il clero, compreso quello “cittadino esterno alla collegiata”. Più di 1300 messe all’anno, alle quali andavano aggiunte le 1500 annue per obblighi derivanti da “legati pii”. Un’altra catena di montaggio, purtroppo, anche quella, che in parte si può paragonare alla macchina della giustizia attuale, con gli arretrati giunti ad un punto tale da costituire preoccupazione per gli inadempimenti. Nel 1796 erano ben 8.000 le messe arretrate, al punto che si dovette ricorrere, guarda un po’, all’indulto, assicurato da uno speciale altare della Chiesa dell’Annunziata. Tra cause in eccesso e ricorso all’indulto, la Giustizia umana di adesso sembra seguire le stesse strettoie di quella ecclesiastica di un tempo: provvedimenti di grazia, giudici onorarii. Allora, viene da dire, non sarà questione di anime, ma di uomini. Non sembri irridente (in effetti lo è), ma il vescovo Carducci fu interessato da una lettera del capitolo perchè fosse partecipe della incresciosa situazione e del “grave pregiudizio delle anime dei benefattori”. Martino di Tours avrebbe usato ancora la sua spada, ma non per dividere il mantello.

Nulla di strano se un patrimonio fra i più grossi del Regno tentasse gli spiritelli di ogni provenienza. Nel 1793, come riferisce ancora il Tanturri, Niccolò Incaldi, spacciandosi per ingegnere e membro della Reale Accademia delle Scienze di Napoli, si presentò a Sulmona e anche all’amministratore dell'”Annunziata” Ignazio D’Arcangioli, dicendosi in grado di estrarre particelle d’oro e argento dalla terra dei vicini monti Maiella e Morrone; ottenne anche un prestito dal marchese di Introdacqua e da altri Sulmonesi per costruire “un bottino a vento con fornace”. Né oro, né argento si concretizzarono, ma solo la fuga dell’Incaldi e lo smacco per “li contribuenti, troppo creduli nella loro dolce aspettativa”. D’Arcangioli, almeno lui, si era salvato ed aveva già scritto una relazione al “Supremo Consiglio delle Finanze”, non perchè avesse fiutato l’imbroglio, ma solo perchè era preoccupato che dall’impianto derivasse una diminuzione dei flussi idrici per gli opifici dell’Ente. Sana diffidenza da contadino.

Sulla Casa Santa dell’Annunziata: “1861 Nessuna pietà per gli Enti di pietà”, nella sezione 150 ANNI di questo sito; “Torna lo splendore dell’Annunziata” nella sezione ATTUALITA’; “Tre porte e tre finestre più belle d’Italia” nella sezione “VISTI DAGLI ALTRI”.