1861 NESSUNA PIETA’ PER GLI ENTI DI PIETA’

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4 DICEMBRE 2011 – ERA sorto sotto il buon segno della collaborazione tra società civile e autorità ecclesiastica il Pio ente che, trasformatosi in “Casa Santa dell’Annunziata”, è stato travolto dall’Unificazione dell’Italia e si è dibattuto tra varie riforme fino ad essere cancellato dalla famigerata decretazione del 1977 per poi essere resuscitato dalla Corte Costituzionale e costretto a campicchiare fino ai giorni nostri.

Nel 1320 il vescovo Andrea Capograssi, che veniva dalla scuola medica salernitana, si era alleato con la Confraternita dei Compenitenti per riunire i vari, piccoli ed inefficienti ospedali sparsi in città. L’America ancora non era stata scoperta e da poco Celestino V aveva abbandonato il soglio pontificio. Si misero insieme meno di venti ettari di terreno, dai quali ricavare le sostanze per alimentare il soccorso agli infermi, ma anche ai poveri, ai senza famiglia, alle ragazze bisognose.

Quando Vittorio Emanuele II strinse la mano a Garibaldi vicino a Teano nel 1860, la “Casa Santa” era una delle più grandi istituzioni del Regno delle Due Sicilie e contava su migliaia di ettari, per la maggior parte pascoli. I Sulmonesi avevano fatto qualcosa di grandioso, contribuendo a quella impostazione assistenziale che nel Regno dei Borboni annoverava diverse iniziative: una delle più importanti era l’”Albergo dei poveri” a Napoli, presa ad esempio come uno dei primi interventi statali. L’Abbazia celestiniana (che peraltro non apparteneva alla Casa Santa) ospitava a sua volta una istituzione regia per l’accoglienza e l’assistenza; il neo-nato Stato unitario vi collocò un carcere, che vi è rimasto fino al 1993.

Ma è interessante notare la progressione nell’incremento patrimoniale della “Casa Santa” fino all’arrivo dei Piemontesi. Dai venti ettari iniziali si passò in poco più di cinquanta anni al raddoppio e, pur in periodi di crisi (tremenda fu quella conseguente al terremoto del 1706 che causò circa mille morti solo a Sulmona), gli amministratori dell’ente riuscirono ad estendere i possedimenti fuori del territorio comunale: quasi 568 ettari nella rilevazione del 1744, per poi incrementarsi per agevolare le funzioni della transumanza e, quindi, garantire lo sviluppo dell’allevamento degli ovini.

Quali furono i meriti degli amministratori? Certamente una oculata gestione delle opportunità che venivano dalla economia che si andava globalizzando con l’apertura di traffici commerciali cospicui con molte zone d’Italia, ma soprattutto con la Toscana ricca di tessuti e necessitata ad approvvigionarsi di lana (sui contatti con l’economia di Firenze e Siena, si veda “Il mercato? Globalizzato già da settecento anni”, su questo sito). Quindi, i laici cooperanti con l’autorità ecclesiastica (almeno nel primo secolo dalla costituzione dell’ente) sfruttarono le sinergie che le nuove frontiere economiche consentivano di valorizzare.

Ma soprattutto gli scopi di questa monumentale istituzione cittadina furono agevolati da quasi tutti i sovrani: ad incominciare da Alfonso I d’Aragona che dispose l’esenzione della Chiesa e dell’ospedale dell’Annunziata da ogni imposta, passando per le autorizzazioni alla attribuzione delle eredità più cospicue della Regina Giovanna. Di segno completamente opposto la politica adottata dalla Repubblica, che, con lo scopo di colpire il latifondo, ha sostanzialmente condannato la “Casa Santa dell’Annunziata” a non disporre più di rendite con le quali veniva assicurata l’assistenza agli anziani di “Santa Chiara”, l’ospizio ove per secoli le suore avevano sopperito alla carenza dello Stato in questo settore e da dove erano state allontanate negli anni Settanta.

Nella foto del titolo : la Fortezza borbonica di Civitella del Tronto come si presenta oggi.

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