IL SERAFINI CHE NON SERVIVA ALL’ITALIA

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RILETTURE NEI 150 ANNI DAL RISORGIMENTO E DALLE DISILLUSIONI

2 GIUGNO 2013 – Chi sono quelli che si lanciarono sullo spirito fragile di Panfilo Serafini, quelli che sono indicati a metà, più per allusioni che per tratti concreti, nella lapide appena si entra a destra della Chiesa dell’Annunziata (“alle ire degli uomini parò il petto”)? Se il Serafini era un patriota, si dovrebbe pensare che fossero gli anti-patrioti.Ma queste entità quasi astratte non sembra che acquistino un profilo, seppure si legge per intero quella dedica, in qualche parte anche ridondante. Non si riesce a scoprirvi le sembianze dei Borboni, o del Papa che li protesse all’ultimo; quelli non potevano dare amarezze al patriota, ma solo un tipo di dolore che è di ogni combattente. Sembra di leggervi un rimprovero, come quando in famiglia si accenna ad un comportamento di qualcuno degli “interna corporis”.

Sono passati più di centocinquanta anni dalla Unità d’Italia e si può seguire un percorso sereno per valutare la vita e gli ultimi anni del patriota del Risorgimento. Enorme profilo morale, che giunge a prendersi la responsabilità di altri delitti, da lui non commessi, contro l’establishment del Regno Borbonico pur di non intaccare la posizione di camerati di avventura rivoluzionaria. Muore a 47 anni, al termine di un percorso di autentici stenti, di magrissime consolazioni, ma anche di vette raggiunte nella scalata per una elevazione culturale, per un riscatto morale nel quale credevano quelli che hanno fatto l’Italia dal basso.

Tuttavia l’amarezza, quel senso di tradimento, non vennero a Serafini dai processi, neppure da quello che, al tramonto dello Stato borbonico, lo vide condannato a venti anni di “ferri”, poi tramutati. Fu la libertà a segnare il disincanto di Panfilo Serafini, quella condizione che molto appropriatamente Paolo Macry descrive come “il senso della vittoria pubblica che diventa sconfitta personale” nell’unico scritto inedito del piccolo libro stampato qualche mese fa dal Centro Studi “Carlo Tresca”, linfa di una nuova cultura consapevole e non necessariamente “organica” avviata a Sulmona da quando si sono perse le esigenze ideologiche di asservire tutto alla militanza.

Macry, a sua volta introdotto da una pagina di sobria esposizione di intenti dell’editore, ha lasciato questo “tributo alla città in cui egli è nato e in cui si è compiuta la sua prima formazione”. E non trascura, proprio per parlare del martirio di Serafini e della sua disillusione, di accostare gli anni immediatamente successivi all’Unità a quelli dell’indomani della Grande Guerra “quando i reduci delle trincee, le vedove, gli orfani si faranno domande esistenziali e pubbliche che appaiono destinate a non avere risposta”; parla anche dell’”improvviso svaporare delle molte aspettative maturate nei giorni degli eroismi e nelle nebbie dei miti rivoluzionari” negli anni seguenti la caduta del Fascismo e la lotta di liberazione.

Per molti decenni, per più di un secolo, non si è potuto parlare del contraccolpo vissuto da Panfilo Serafini al suo rientro nella società dei liberi, dopo le esperienze dei bagni penali di Montefusco, Montesarchio, di Procida. Fu il rigetto di quella società a tormentare negli ultimi anni Panfilo Serafini, ancora aggrappato alla speranza di diffondere i suoi scritti, ma totalmente solo e senza sostegni, addirittura senza amicizie. Cento anni fa, proprio nell’aprile 1913, Benedetto Croce presentava gli scritti del Serafini senza approfondire questa suprema e irreversibile amarezza. Non riprese quella iscrizione degli anni Settanta del XIX secolo che invece Macry riproduce (traendola dal “Panfilo Serafini” del Di Giangregorio) pur sottolineandone gli intenti di manipolazione politica: “i Borboni lo trattarono da uomo / il Governo italiano / oltraggiò quella nobile intelligenza / nominandolo bidello / della Biblioteca napoletana”. E riprende anche le “Memorie” del duca Sigismondo di Castromediano, compagno di carcere del Serafini, che all’indomani dell’ingresso di Garibaldi a Napoli, attraversando solo, di notte, il Mercatello, si accorse “d’un uomo che, steso per terra, giaceva in un angolo, a due o tre passi da me, e il suo soffocante lamento riscosse la mia attenzione”. Inutile precisare chi fosse.

Per diventare consapevoli di un evento storico bastano cinquanta o cento anni, in genere; dipende dalla portata dell’evento storico. Per manifestare lealmente questa consapevolezza e parlare davvero di valutazione storica ne occorrono almeno… centocinquanta.